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Noi credevamo: Un Risorgimento non solo ricostruito ma riscavato nel nostro presente

Attualità, Interviste

09/11/2010

Passato in concorso all'ultimo Festival di Venezia, Noi credevamo di  Mario Martone è un'opera davvero suntuosa e imponente. Quattro episodi che raccontano Giuseppe Mazzini, Francesco Crispi, la nascita della Giovine Italia, l’Aspromonte, il Cilento, tutto quello che ha portato nel 1861 all’Unità d’Italia (40anni di storia, dal 1830 al 1870). Materia immensa e alquanto complessa. Martone firma un film rigoroso, aspro, doloroso che narra il Risorgimento italiano senza retorica. Questo non basterà a fermare le polemiche, anche perché il film rispecchia e riporta alla mente la nostra storia attuale,  ma questo è quello che ha fatto il regista insieme al suo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale) e ai suoi straordinari interpreti: Toni Servillo, Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Luca Barbareschi, Francesca Inaudi, Michele Riondino, Roberto De Francesco e ci scusiamo con gli altri ma è impossibile citarli tutti.

Mario Martone e Giancarlo De Cataldo come vi siete approcciati a questo progetto colossale, non nel senso che il film è girato come un kolossal, ma nel senso dell’imponente materia che vi siete trovati a maneggiare? “Tutto il film – ci dice Martone è costruito da materiali storici, da testi scritti dai personaggi che noi presentiamo nella pellicola, insomma da tutti coloro che hanno fatto questo pezzo fondamentale di storia d’Italia. Per me è un film storico. E sarà lo spettatore che dovrà mettersi in contatto con il presente che viviamo, noi non lo abbiamo mai fatto volutamente, tanto che ogni attore parla il dialetto legato al suo personaggio, proprio per rimanere calati nell’ottocento. Abbiamo seguito la lezione di Roberto Rossellini: ogni episodio che viene raccontato è storia, così come le parole di Mazzini vengono dalle sue lettere e quelle che pronuncia Cristina di Belgiojoso, un personaggio straordinario che avrebbe meritato un film a parte, vengono dalle sue opere. Questo perché Noi credevamo non è un film ideologico”.

“Il nostro Risorgimento – continua De Cataldoè stata una grande sfida e una grande avventura dato che viviamo in un Paese privo di memoria e dove, soprattutto, questo momento storico è raccontato solo in maniera edulcorata, da sussidiario. Per me nel film ci possono essere due retoriche, che non condivido, ma possono convivere. La prima è vedere il film come la narrazione dell’esistenza di un gruppo di giovani e belli pronti a dare il sangue per la loro causa: destituire la Monarchia e formare una Italia unita, anche se sanno che buona parte della Politica viene fatta nelle stanze del Potere da gente come Cavour, il Re o Mazzini. La seconda è vederlo come una truffa, una beffa, perpetrata alle spalle di quegli italiani che adoravano gli Austriaci, i Borboni, il Re e il Papa. Per quanto mi riguarda Noi credevamo è la nostra visione sulla speranza che può venire solo dai giovani. E’ – come dicevano i rivoluzionari – Martirio e Resurrezione. Abbiamo cercato di essere liberi dai pregiudizi perché abbiamo letto tantissimi testi e, dopo quell’immersione, quello che ci interessava maggiormente era riuscire a farci trasportare in quel tempo”.

Luigi Lo Cascio lei è Domenico Lopresti che nella realtà era il nonno di Anna Banti, l’autrice del libro da cui avete preso il titolo del film. Cosa pensa del suo personaggio?

“Sono stato molto fortunato – ci dice Lo Cascio – perché il mio Domenico è un gran uomo. E’ un cospiratore che fin da ragazzo entra nella Giovine Italia e che vive una prima parte della sua vita tra borghesia e aristocrazia. Poi viene arrestato e passa molti anni in carcere. E quando esce entra in contatto con il popolo. In quel momento capisce lo scollamento che esiste tra la gente di diversa estrazione sociale. Il carcere fissa le sue idee e fa rinascere in lui un furore rivoluzionario. Sono tutti personaggi colossali, miti. Quindi ho pensato tanto al teatro, a Shakespeare, perché siamo agli stessi livelli. E sono personaggi che non sono affatto lontani da noi. Il cinema nasce dal melodramma e anche il furore delle note della colonna sonora del film composta da opere di Verdi, Bellini mi ha aiutato tantissimo ad entrare nell’atmosfera. Una volta Sciascia disse: “Si sta spendendo di più per celebrare i cento anni dell’Unità d’Italia che per apprezzare l’evento”. Per i 150 anni – che saranno l’anno prossimo – non si sta facendo nulla. Bè, c’è una bella sproporzione”.

Luca Zingaretti è veloce nel descriverci il suo Francesco Crispi: “E’ sempre stato un uomo ambiguo. – ci dice – Quinidi con Mario abbiamo pensato al liquido che non ha forma, è sfuggente. Questo è stato il mio obiettivo e la mia preparazione”.

Martone è impossibile comunque non pensare a quello che sta accadendo oggi in Italia, vedendo l’origine della nascita del nostro Paese…

“Questo è giustissimo – ci dice Martone – ed è necessario. Ho voluto sottolineare che c’è un legame profondo tra ieri e oggi e che la nostra storia non è segnata da un Risorgimento, ma da due Risorgimenti contrapposti, uno repubblicano e uno democratico, l’altro monarchico e reazionario. Credo che molti dei nostri mali odierni derivino da quel conflitto rimosso e mai superato. Però ci tenevamo moltissimo a non mettere nulla di esplicito, ma che attraverso quello che raccontiamo sia il pubblico a fare questo tipo di riflessioni”.

Luca Barbareschi, lei è Antonio Gallenga, come è finito in questo film e ci dice che ne pensa?

 “Io faccio il politico – ci dice Barbareschi – oramai da molti anni e quindi è stata una esperienza fondamentale per me perché ho rivissuto sul set ciò che ancora vedo in Parlamento o in altri momenti della vita politica italiana. Trovo il film di Martone onesto, coraggioso e da mostrare a più gente possibile. Farlo girare nelle scuole e mi auguro vada benissimo al cinema. Antonio Gallenga era un deputato, faceva anche il giornalista, è un altro personaggio ambiguo visto che ad un certo punto scappa a Londra poi in America perché si pensa stesse organizzando un attentato. Nel costruire il personaggio ci ho messo tanto del dolore che ho provato e che provo a fare il politico. Però ci credo nella politica. E penso che nessun movimento politico possa fare qualcosa senza un movimento culturale”.

Noi credevamo è una produzione Palomar, in collaborazione con Feltrinelli, Rai Cinema e Rai Fiction. Arriverà nelle sale cinematografiche italiane venerdì 12 novembre per 01 Distribution e passerà, successivamente, anche in televisione.
Peccato per la decisione di fare uscire un film del genere solo in 30 copie!

 

Scritto da Nicoletta Gemmi
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