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Nader occhi finti per sembrare un italiano vero!

Attualità, Conferenze stampa, Interviste

10/11/2012

E’ sceso nell’arena del concorso della settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma il primo film italiano, ed è il notevole, interessante ed emozionante, Alì ha gli occhi azzurri per la regia di Claudio Giovannesi. Come capirete già dal titolo, che è un omaggio alla poesia, veramente profetica di Pier Paolo Pasolini, che nel 1962 ‘prefigurava una società multiculturale in Europa, immaginando la migrazione dei popoli dall’Africa come nuovo tessuto sociale’.

E, infatti, il film di Giovannesi racconta di ragazzi di borgata, della periferia romana. In particolare di Nader, il protagonista, figlio di egiziani di religione musulmana, ma lui nato in Italia e che si sente profondamente italiano. Nader era già uno degli adolescenti protagonisti del toccante documentario di Giovannesi, Fratelli d’Italia, sempre presentato al Festival di Roma tre anni fa. Questa volta su Nader, che si mette le lenti a contatto azzurre, per essere più bello (e già lo è al naturale), ci ha fatto un film, con molta fatica, perché si sa che il tema non è appetibile per il grande pubblico… ma Alì ha gli occhi azzurri arriverà nei cinema il 15 novembre distribuito dalla Bim. Non mettetelo in disparte, non tenetelo come un film ‘periferico’, questa pellicola racconta una parte del nostro Paese importante e troppo spesso dimenticata.

In Alì ha gli occhi azzurri assistiamo alla ribellione di Nader di fronte a tutto: istituzioni, scuola, famiglia… la rabbia nasce, soprattutto, dall’essere innamorato di una ragazza italiana ma i suoi genitori non sono d’accordo che la frequenti e gli impediscono di vederla. L’amore brucia quando si ha diciassette anni, e anche se non si può ‘essere seri’ a quell’età, come recita in una delle sue più belle poesie, il maestoso poeta Arthur Rimbaud, il sentimento è vero e pulsa nelle vene del ragazzo. Tanto che un giorno decide di scappare di casa e di sparire per una settimana.

Claudio Giovannesi parte dalla trama per parlare del suo film e dice: “Sapevo che non avevo minimamente finito di raccontare Nader e i suoi amici con il documentario Fratelli d’Italia, troppi argomenti erano rimasti ancora in sospeso. Quindi quando ho saputo della sua reale fuga l’ho fatta diventare la base del film. Come avete visto racconto di questi sette giorni, la paura, le difficoltà di Nader, il suo pellegrinare, nel sottobosco criminale di periferia, con l’amico italiano Stefano (interpretato da Stefano Rabatti n.d.r.) che diventa una sorta di Lucignolo per lui. E, in questa veste, non sempre lo consiglia per il meglio”.

“Tutto quello che si vede nel film – continua Giovannesi – è vero, non ho inventato nulla. Come loro stessi sono gli attori, i genitori di Nader, sono i suoi veri genitori. La pellicola è ambientata tra Ostia, Fiumicino, Acilia e Tor di Valle. Le storie, i personaggi, gli eventi che vi ho presentato sono tutti veri, reali, non ho inventato nulla. Tutto viene dall’esperienza diretta dei protagonisti o di persone a loro vicine. Anche la sceneggiatura l’abbiamo scritta in questo modo, attingendo a come loro parlano, ai loro dialoghi. Abbiamo parlato con loro, li abbiamo ascoltati e abbiamo cercato – io insieme ai miei collaboratori – di raccontare questo microcosmo di ragazzi di periferia nella maniera più onesta possibile. Un microcosmo che però è importantissimo perché saranno anche loro gli italiani di domani. Ora hanno 16/17 anni vanno a scuola e vivono di piccoli furtarelli e azioni legate alla microcriminalità, ma sono ragazzi come gli altri, pieni di voglia di vivere, di innocenza, ribelli perché non vogliono rimanere emarginati, solo perché nati fuori dal centro di una grande città come Roma. Vogliono avere le possibilità che hanno altri loro coetanei. Questo è un segnale per l’Italia, un Paese in gravi difficoltà economiche e non solo, che deve sentire questa generazione come una grande e potente risorsa e non come un branco di disadattati che, visto che sono nati in quei  luoghi, lì devono rimanere con un destino già segnato”.

“Dico questo perché dopo tanta fatica nel riuscire a trovare i fondi per realizzare Alì ha gli occhi azzurri mi auguro che il film non resti di nicchia ma vadano a vederlo i giovani di tutta Roma e anche gli amici di Nader. Ci tengo però a specificare che il mio lavoro non è un film-denuncia ma un piccolo lavoro d’antropologia. Io non giudico mai, racconto. Mostro ciò che accade in un mondo lontano dal centro di Roma che non vediamo mai al cinema o in tv. Se non in serie tv come Romanzo criminale, ma questa è tutta un’altra storia e dato che Nader e i suoi amici sono fan del film e della serie, l’unica cosa che gli ho proibito è di scimmiottare dei gangster di periferia. Non ho cercato di rendere Nader e Stefano simpatici. Io li trovo poetici anche quando fanno cose terribili e criminali, perché – come dicevo – di fondo rimane l’innocenza dell’età e spero che il pubblico possa vedere il film senza respingerli, senza trovarli dei casi disperati”.

Impossibile non tornare a Pier Paolo Pasolini. E, così, conclude Giovannesi: “E’ evidente che il cinema di Pasolini è il mio punto di riferimento, almeno la parte riguardante a come lui si è interessato della gioventù e dei ragazzi di borgata nei suoi film e nei suoi libri. Però mi hanno anche molto ispirato i film di Abdellatif Kechiche – ho adorato Cous Cous – ovviamente quelli dei fratelli Dardenne e Matteo Garrone”.

Vi lasciamo con due clip del film!

http://www.youtube.com/watch?v=JSqZjEZe7lk&feature=youtu.be

http://www.youtube.com/watch?v=VFpDxflBTS4&feature=share

Scritto da Nicoletta Gemmi
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