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Millennium, la versione di Fincher

Attualità, Recensioni

30/01/2012

David Fincher, ancora una volta, stupisce e prende alla sprovvista il pubblico a partire dai titoli di testa di Uomini che odiano le donne ispirati dai celebri prologhi dei film di 007 e commentati da una dinamica cover di Immigrant Song dei Led Zeppelin, rivisitata da Atticus Ross & Trent Reznor fondatore dei Nine Inch Nails che proprio con il precedente lavoro di Fincher, The Social Network hanno visto il premio Oscar per la colonna sonora.

Un inizio travolgente che porta immediatamente lo spettatore in Svezia dove Mikael Blomkvist, direttore della rivista Millennium ha appena perso una causa contro un magnate della finanza che lo ha citato per diffamazione.

La sera di Natale, il giornalista riceve una telefonata dall’avvocato che rappresenta una grande famiglia industriale il cui patriarca è intenzionato a risolvere un caso rimasto aperto quaranta anni prima, ovvero la scomparsa di sua nipote in circostanze mai chiarite.

Senza denaro e senza più un lavoro, Blomkvist interpretato da un sempre intenso Daniel Craig accetta l’offerta dell’anziano uomo d’affari e si trasferisce a Nord di Stoccolma sull’isoletta da dove la famiglia controlla da sempre economicamente il proprio business e tutela militarmente la propria privacy. Le indagini, però, arrivano ad un punto in cui l’uomo ha bisogno di aiuto. Ad essere scelta per dargli una mano è, ovviamente, il personaggio più amato della serie: Lisbeth Salander che, questa volta, ha la grazia e la grinta dell’attrice americana Rooney Mara. La giovane donna, sotto tutela dello Stato, è un hacker e un’investigatrice formidabile. Insieme a lei Blomkvist risalirà ad una lunga scia di sangue che sembra toccare la famiglia di cui si sta occupando e che, in qualche maniera, ha qualcosa a che fare con la morte della nipote dell’industriale. Un intricato gioco di sadismo, violenza, sangue e simpatie naziste nel quale entrambi gli investigatori rischieranno di lasciare la vita.

Ispirato più al romanzo originale, primo della cosiddetta trilogia di Millennium dello scrittore Stieg Larsson, la versione di Uomini che odiano le donne di David Fincher è molto adrenalinica e violenta e si concentra sul rapporto tra il giornalista e la sua giovane assistente. Un incontro ironico, sessuale e intellettuale tra due persone che apparentemente non hanno nulla in comune e che, invece scoprono di essere intimamente legati l’uno all’altra per ragioni, probabilmente, differenti.

Due ore e quaranta di film volano grazie alla regia spettacolare di Fincher che, probabilmente, però potrebbe prendere di sorpresa il pubblico, invece, più affezionato alla più classica versione svedese che si concentra di più sull’elemento psicologico e, soprattutto, sulla dinamica politica che vede una grande famiglia dinanzi all’impunità da circa settanta anni. Un gioco dove l’eleganza lascia progressivamente spazio alla violenza in un crescendo di rivelazioni spaventose, di deliri biblici e di tanta, tantissima rabbia nei confronti di donne il cui dolore viene seppellito sotto una coltre di ordine e disperato silenzio.

Sebbene Fincher strizzi giustamente l’occhio più ai thriller americani che al cinema europeo, il film conquista lo spettatore per le sue atmosfere che il regista americano ha voluto lasciare intatte e ambientando anche questo film in Svezia e non in un altrove dove, forse, i legami tra ricchezza, nazismo, antisemitismo e abusi sessuali sarebbero stati più sfumati o meno socialmente rilevanti che nel paese scandinavo così come ce l’ha raccontato Larsson stesso.

Una pellicola interessante e per certi versi sorprendente dove Fincher, grazie alla sceneggiatura di Zaillan espande i presupposti del libro e oltre il finale conosciuto nel film originale svedese, sfrutta il talento di Lisbeth Salander per una conclusione dove, almeno al cinema, il bene trionfa. L’ultima scena, però, prende nuovamente alla sprovvista il pubblico. Un finale aperto e sospeso fa da prologo ad un necessario secondo capitolo dell’eventuale trilogia americana di Millennium oppure, qualora non potesse essere realizzato, merito va a Fincher di avere saputo costruire un’ultima sequenza in cui Lisbeth sembra perdere qualcosa della luce che ha conquistato, ripiombando nelle tenebre che ne tracciano i contorni più inquietanti e, inevitabilmente affascinanti. Nonostante alcuni rimescolamenti non sempre del tutto riusciti e alcuni elementi irrisolti, Uomini che odiano le donne piace per il grande carisma dei personaggi e per una storia intricata, incentrata su improbabili quanto insoliti compagni di letto con Lisbeth ha qualcosa di profondamente letale dentro di sé.

Un film che ha un senso in virtù della grande visione cinematografica del suo autore alle prese con una storia che tocca le corde di questo grande regista pur pagando lo scotto di tradire, per certi versi, il cuore politico e sociale dell’originale svedese.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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