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Matteo Cerami e la bellezza del mare di Ostia

Attualità, Interviste, Personaggi

08/03/2011

Il titolo riporta alla mente Gabriella Ferri e l’anima popolare di Roma, quell’anima e quel costume che più di trent’anni fa, Sergio Citti descriveva nel suo Casotto. Oggi Matteo Cerami,  talentuoso trentenne figlio d’arte (ma non ho nessun complesso da figlio d’arte, ci dice in questa intervista ndr), sposta il punto di vista sui cambiamenti  culturali della società che oggi frequenta gli stessi stabilimenti. Quello che ne emerge è uno spaccato intelligente, a tratti surreale e disincantato sulla varia umanità che si perde tra le dune. Una commedia corale piacevole, Tutti al mare, firmata a quattro mani con il padre, lo sceneggiatore Vincenzo Cerami. La pellicola,  prodotta da Gianfranco Piccioli e Gianluca De Marchi, al debutto come produttore, è una “passerella” del meglio del cinema italiano tra cui: Marco Giallini, Gigi Proietti, Ennio Fantastichini, Ambra Angiolini, Claudia Zanella, Libero de Rienzo, Francesco Montanari e inoltre, mirabili pillole di Valerio Mastandrea, Rodolfo Laganà,  e lo stesso Vincenzo Cerami.

Il regista del film, Matteo, ci parla di Tutti al mare:

In cosa ricorda e in cosa si discosta dal Casotto scritto da suo padre Vincenzo Cerami?

Casotto fu un film miracoloso, un film matto, girato tutto all’interno di quattro pareti. È diventato un cult. Un film che puntava l’occhio sulla nascente piccola borghesia, figlia di una guerra mondiale e del boom economico, e la spiava mentre si spogliava nella cabina collettiva, prima di buttarsi a mare. Oggi la società è diversa – il benessere non è più una conquista, ma una pretesa – e diverso doveva essere il modo di raccontarla. Il casotto è diventato un chiosco: non più un “rifugio”, al riparo dagli sguardi, bensì un palcoscenico, tenuto vivo da un via vai di persone che, come comparse di un teatro, entrano in scena, lasciano frammenti di loro stessi e poi semplicemente svaniscono.

Maurizio, il chioscaro, è il nostro punto di vista, ma è anche il maestro di cerimonie di questo micromondo e di questo spettacolo che ogni giorno si rinnova e va in scena.

Domani il chiosco potrebbe riaprire e ripartire come oggi. Alcuni clienti ritornano, ne arrivano di nuovi. Volevo mettere in scena questo. Come nel “Casotto” di Citti, non c’è una parabola, non c’è una lezione morale. Mio padre ha sempre espresso una critica impietosa verso il piccolo borghese. Io, cercando di seguire la lezione di Citti, credo di essere stato più conciliante. Alla fine, questi personaggi li amo, mi sono simpatici.

So che non intendevi realizzare un film “serio”, come si coniuga l’ ”analisi” di costume con la commedia popolare, che umanità si racconta in Tutti al mare?

Come dicevo, la società è cambiata. Andare al mare, la villeggiatura di una volta, quella che era lo status di un tempo, oggi è un’esigenza per recuperare dallo stress. È un’esigenza perfino l’ostentazione della propria ricchezza. Quella rappresentata in “Tutti al mare” è un’umanità terrorizzata dal perdere ciò che ha, che ha paura di spogliarsi, sia in senso letterale che metaforico. Nessuno intende realmente mostrarsi per ciò che è. Continua a recitare, allegro, la commedia della vita. Infatti il film è una commedia, ha il registro della commedia. È divertente, chiassosa, ci siamo divertiti a farla perchè è divertente, anche se sotto nasconde un vuoto.

Avete girato tutto in esterna, è stata una produzione complessa?

Siamo stati fortunati perché nei due mesi di riprese il tempo è stato clemente. Il centro della scena è il chiosco, sono poche le scene ambientate in spiaggia. Attraverso le finestre si vede sempre il mare, il vero protagonista del film. Calmo e sereno, eppure incombente e minaccioso. Minaccioso perché da un momento all’altro potrebbe portar via tutto con una codata: il chiosco, Maurizio, sua madre, e tutti gli altri bagnanti. Tra l’altro, quelli che si vedono nel film sono veri. Mica comparse.

Diciamo allora, “attori inconsapevoli”, affascinante, fa riflettere su quale sia il confine tra  realtà  e fantasia, o viceversa. Hai concepito la struttura rispettando l’unità di tempo, spazio e azione?

In un certo senso, sì. La storia si snoda dall’alba al tramonto, da quando Maurizio, il gestore del chiosco, lo apre, fino a sera con gli ultimi bagnanti che se ne vanno. Racconto una giornata tra chiacchiere che si accavallano, personaggi che entrano ed escono, s’incontrano, magari scambiano due parole, storie di vita che durante il tempo di un caffè, s’incrociano per poi separarsi di nuovo.

Che collega è Vicenzo Cerami?

Ah!Ah! (ride). Lavoriamo insieme da qualche anno. Ho provato a dedicarmi ad altre cose ma è il cinema quello che desidero fare. Il cinema è nella mia vita da sempre. È ciò che ho sempre respirato. Vivo il mio lavoro, soprattutto la scrittura, come artigiano. Mio padre ha avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco di grandi registi, da cui ha attinto, ma sempre con umiltà. Io ho la fortuna di lavorare accanto a lui, ma, a differenza di altri, non ho nessun complesso da figlio d’arte. Il più importante merito di papà è che scrive velocemente, probabilmente io starei ancora scrivendo la sceneggiatura. È passato un anno tra la stesura della sceneggiatura e la fase di produzione, quando ho cominciato a rileggerla, lo stupore per la quantità di materiale  che avevamo prodotto è stato grande, poi ho cominciato a sfoltire ma ce n’era così tanto! È stato dolorosissimo!

Sei alla tua prima esperienza registica, è stato difficile, dirigere un cast così sontuoso?

Sono tanti. Molti di più degli interpreti del Casotto. In sceneggiatura avevo due problematiche: quella di non renderlo troppo metafisico (il luogo unico dove tutto succede è sempre metafisico) e quella di renderlo troppo superficiale. La direzione non è stata complicata, avevo ben chiaro il film che volevo, e con degli attori bravi, di spessore, la comunicazione è più facile. L’aspetto che mi premeva di più era che i personaggi, benché fossero appena accennati, dovessero risultare veri, e grazie all’impegno di tutti credo che questo nel film ci sia.

Direi che hai lavorato quasi per sottrazione e molto di sottotesto.

Sì, i personaggi quasi vengono fuori più per quello che non dicono. Gli attori, sono tutti bravissimi, ma  vorrei dire una cosa su Marco Giallini: è stata la scoperta più bella. All’inizio avevo paura che tendesse a caratterizzare troppo. Invece è stato fin da subito estremamente attento, misurato, vero, anche troppo, al punto che io stesso l’ho incoraggiato a caricare di più ogni tanto.

Il film attualizza certe dinamiche tipiche del litorale romano, mi sembra molto indovinata anche l’idea di far divenire lo stesso chiosco un sofisticato ristorantino serale che poi è quanto avviene nella realtà. Mi pare che tu abbia descritto le conseguenze di quel processo per cui il litorale, da spiaggia popolare sia divenuto col tempo, un posto per il radical chic romano che va a Capocotta perchè fa “cheap” ma che poi paga lettino e ombrellone quindici euro!

Eh, è vero! C’è molto di questa tipologia, anche se a dire il vero, la realtà del litorale romano non la conoscevo. L’idea del chiosco è puramente di fantasia, poi ho avuto modo di verificare di persona. Il gestore del chiosco, quello vero, veniva sempre sul set e mi raccontava che i personaggi del film, lui li vede tutti i giorni per davvero. Stessi caratteri, stesse posture. Esistono !!!

I tuoi produttori; Gianfranco Piccioli e Gianluca De Marchi  rappresentano una sintesi:l’esperienza e la modernità?

Gianluca è stato coraggiosissimo, ha investito non solo su un progetto ambizioso ma ha fatto un salto nel buio con un’opera prima. Lo ammiro e gli voglio bene.

Riguardo a Gianfranco, dico che è una persona straordinaria. Lo conosco da una vita e gli devo tutto, è stata sua l’idea di riprendere il Casotto, è una persona che ti trasmette sempre un grande entusiasmo. E’ uno che ama il cinema, oltre a quasi tutti i films di Francesco Nuti, ha prodotto un’infinità di opere prime. Come la mia.

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