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Quell’insostenibile pesantezza del non essere in Tv

Attualità, Recensioni

24/09/2012

E’ un racconto morale e, al tempo stesso, una ‘favola nera’ quella che Matteo Garrone racconta con Reality. Un film che, per certi versi, può perfino risultare più violento di Gomorra, laddove gli scuotimenti raccontati riguardano l’implosione di un’intera società piuttosto che una serie di non meno inquietanti e drammatiche attività criminali.  

La storia del proprietario di una pescheria dell’hinterland napoletano che abbandona la sua vita relativamente tranquilla, sperando di essere preso dal Grande Fratello è una fiaba agghiacciante in cui Garrone e il suo straordinario team di sceneggiatori (Chiti – Braucci – Gaudioso) si divertono, si fa per dire, a mostrarci la reazione drammatica e ingenua dinanzi ad un mondo più indifferente che spietato.

Interpretato da Aniello Arena, un attore non professionista che è un vero e proprio talento naturale, il protagonista di Reality varca solitario il confine tra realtà e ossessione. Dopo un secondo provino a Roma, infatti, il padre di famiglia si vede già agli onori delle cronache televisive, pronto ad entrare in quell’eden in alta definizione che è la casa del Grande Fratello per farsi vedere, finalmente, riconosciuti i molteplici talenti che parenti e amici gli ascrivono da anni dopo le sue performance a matrimoni e ricorrenze.

L’incontro con una star dell’edizione precedente del reality show, inizia a scavare dentro di lui quell’invidia fatale che lo porterà ad una sorta di perdita della ragione, soprattutto, dopo l’incontro romano al cui ritorno sarà salutato dal suo condominio come una sorta di eroe in pectore.

Girato come in un presepe, Reality è la cronaca circoscritta di una malattia universale che vede nella televisione e nella sua presunta ‘magia’ una sorta di Nirvana entro il quale ognuno può cercare il proprio senso e la giustificazione di un’esistenza intera.

Divertente e cinico, il film è una celebrazione senza sconti della società in cui viviamo: un’opera giustamente premiata a Cannes che dimostra ancora una volta lo straordinario talento di Matteo Garrone nel raccontare storie che crediamo di conoscere perché appartenenti alla cronaca e che, invece, diventano paradigmatiche di un mondo in cui tutti hanno da dire qualcosa a qualcuno. L’interminabile fila di aspiranti al provino di Cinecittà pur dal sapore felliniano segna un confine ben preciso con il mondo della Hollywood sul Tevere. I tanti romani e le tante romane andavamo a città per lavorare e guadagnare, erano delle comparse in storie altrui e non aspiranti protagoniste di finte esistenze televisive. Pronte a ballare e a confessarsi tra le quattro pareti di centinaia di migliaia di schermi piatti. 

Un film in cui le suggestioni del Truman Show diventano i limiti di un’ossessione per un uomo fragile che scivola pian piano in un “male nero” da cui è difficile, se non impossibile, tirarsi fuori, perché – come nel Vangelo – “molti sono i chiamati e pochi gli eletti”. Un verdetto che l’uomo non vuole e più probabilmente non può accettare dopo avere, complici amici e parenti che lo hanno assecondato, portato più o meno inconsapevolmente la sua vita in direzione di un quieto disastro annunciato.

Interessante e coinvolgente Reality è il film che tutti dovremmo vedere per capire più di noi stessi e delle tentazioni che ci circondano in un’era in cui tutto ci spinge verso la notorietà come unica via di fuga possibile da una vita che altrimenti sembra non solo non avere senso, ma – soprattutto – quasi non esistere in una dimensione da empirismo inglese in cui un albero fa rumore solo se c’è qualcuno ad ascoltarlo.

Una vita c’è solo se è vista dagli altri tramite la televisione? Secondo Reality le cose stanno esattamente così e il mondo non si divide più (solo) in classi sociali e in altri macrogruppi, ma soprattutto tra chi in televisione c’è e chi no: tra chi esiste e chi, invece, si trascina in un oblio in cui uno spettatore non può emergere mai come protagonista. Non un paradiso chimico come quello offerto dalla droga, ma una condizione esistenziale di cui gioire per sempre e che, è bene dirselo apertamente, è quella che ha segnato la nostra società degli ultimi venti anni quando la Tv è diventata ancora più centrale sul piano sociale e politico nella storia del nostro paese.

Scritto da Marco Spagnoli
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