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Let Me In: La linea d’ombra di due adolescenti fuori dal ‘comune’

Attualità, Interviste, Personaggi

31/10/2010

"Il film di Matt Reeves è un trionfo del genere. Non solo un film horror, ma il miglior horror americano degli ultimi 20 anni. Che siate adulti o ragazzini, sarete sopraffatti. Correte a vederlo ora e dopo mi ringrazierete", parola di Stephen King.

Let Me In è il remake americano di Lasciami entrare, splendido film svedese tratto dal bestseller di John Ajvide Lindqvist e diretto da Tomas Alfredson, e girato in versione Usa da Matt Reeves - il regista di Cloverfield - e magnificamente interpretato dal bellissimo ragazzino Kodi Smit McPhee (ve lo ricordate in The Road al fianco di Viggo Mortensen?) e da Chloe Moretz (altra promessa del cinema americano vista in Kick-Ass e 500 giorni insieme). La musica trionfale e magnifica è di Michael Giacchino (compositore per Lost e per molti film della Pixar). Il film narra la storia di una amicizia: quella tra la dodicenne Abby e il suo coetaneo Owen. Timido e schivo con i suoi compagni di classe, il ragazzino stringe un forte legame con la nuova giovane vicina di non casa, ma non può fare a meno di notare che Abby è diversa da chiunque altro. Quello che sa è che dietro quella ragazza dall'aspetto innocente si cela un vampiro. Let Me In è il primo film della Hammer Films ad uscire dopo oltre 30 anni e segna il ritorno della leggendaria casa cinematografica di horror inglese. Presentato al Festival di Roma nella sezione Fuori Concorso, Let Me In, sarà distribuito dalla Filmauro.

Matt Reeves è venuto a Roma e ci ha raccontato la genesi di questo non facile progetto. "La storia mi ha davvero colpito - ci dice il regista - Lindqvist e Tomas Alfredson, hanno creato un'efficace metafora del tumulto dell'adolescenza. Quando la Hammer Films ha acquisito i diritti e mi ha chiamato per pensare a questo remake ho capito che avevo davanti un'occasione unica. Ero entusiasta dal fatto che fosse la Hammer a fare questo film e che avessero pensato a me, dato il loro storico contributo al genere nella storia del cinema. In seguito ho letto il romanzo e ne sono rimasto talmente coinvolto che gli ho detto di sì immediatamente. Ero talmente preso da quella lettura, non solo perché è grande nel suo genere, ma anche perché mi ricordava la mia infanzia".

Le ricordava la sua infanzia?

"Sì. E non perché ho incontrato un vampiro - ride Reeves - ma perché era qualcosa di molto personale per l'autore e io mi sono ritrovato esattamente sulla stessa frequenza. Let Me In è in fondo la storia dell'infanzia di Lindqvist e la mia non è stata molto diversa, ero un ragazzino chiuso e molto fissato con il cinema, le immagini e un immaginario piuttosto macabro. In questo senso siamo entrati completamente in sintonia. Penso che l'adolescena e il passaggio all'età adulta sia un periodo terribile per molti, un periodo pieno di alti e bassi, dove un giorno si è euforici e il giorno dopo si è sottoterra. A causa dei primi innamoramenti, della scuola, delle amicizie e del non facile rapporto con i genitori che faticano sempre molto a comprendere i ragazzi in quella fase di crescita. A suo modo l'adolescenza è un periodo horror, molte volte ci si avvicina a letture gotiche, a film di paura... Non per niente nascono in quell'età i fenomeni dark o emo, perché è in quel periodo che ci si sente diversi. Veramente diversi da chi ti circonda".

"Aggiugno solo che mi ha anche molto lusingato il fatto che sia l'autore del libro che il regista del film originale abbiano apprezzato molto Cloverfield. Quando me lo hanno detto mi sono sentito molto orgoglioso di me stesso", afferma Reeves.

Lei ha ambientato il film negli anni ottanta in America, il periodo di Ronald Reagan e nelle montagne di Los Alamos in New Mexico... Scelte perfette entrambe. Da dove le sono venute? "L'America di Reagan era allucinante, lui diceva che i Sovietici erano il grande nemico, c'era un clima stranissmo durante 'La Guerra Fredda'. Un certo orgoglio di essere americani e alcontempo ci si sentiva minacciati, almeno tutti quelli che credevano alla politica del Presidente. I Sovietici erano 'L'Impero del Male', me lo ricordo ancora, quando lo disse in televisione, e noi Americani eravamo fondamentalmente il Bene. E così ho pensato tra me, come avrebbe potuto essere per un ragazzo di dodici anni come Owen, che nutriva nel profondo sentimenti così oscuri, crescere in quel contesto? Ho pensato che sarebbe stato fondamentalmente molto disorientante. Credo che sia questo a rendere diversa la storia, non il solito fantasy di vampiri, ma una storia con cui, spero, la gente possa davvero entrare in sintonia. Per fare un esempio quando abbiamo pensato a come doveva esser la stanza di Owen, mi sono ricordato che in quel periodo si parlava sempre dello shuttle. Con lo scenografo abbiamo deciso di mettere un murale dello shuttle sulla parete della camera del ragazzo. Quando vediamo Kodi seduto lì, la sua figura solitaria si staglia contro la Luna. L'idea di lui piccolo astronauta sulla faccia della Luna è una metafora sia della sua solitudine che del suo forte desiderio di fuga".

"L'ambientazione era fondamentale - continua Reeves - All'inizio pensai che il deserto del New Mexico forse non era molto adatto. Mi ricordo di essermi detto: Non può funzionare! Poi sono venuto a sapere che è deserto ad alta quota e che ci nevica lassù. A Los Alamos! In effetti, per trasferire la storia in un paesaggio americano, il New Mexico - dopo averci passato una settimana - ho capito che era la location perfetta. E' il paese di John Ford con le tipiche viste western, una grande desolazione che nel mio caso si è rivelata parte integrante di questa vicenda".

La scelta dei due protagonisti era la scommessa più grande che lei si ritrovava davanti. Abby e Owen dovevano funzionare alla grande, avere un'alchimia, creare una forte emozione. E lei ce l'ha fatta scegliendo due giovanissimi attori, bravissimi, e fisicamente e psicologicamente ideali per i loro ruoli... come è andata?

"Avete ragione, quella di scegliere i due protagonisti era la parte che mi preoccupava maggiormente. - afferma il regista - Nel film originale svedese i due sono meravigliosi e il loro rapporto straordinario e forte. Se non avessimo trovato attori altrettanto capaci, non avremmo dovuto fare il film. Questa è una storia adulta per molti aspetti e le complessità emotive del rapporto sono molto mature. La ricerca è stata intensa e si è svolta in tre continenti. Non so quanti ragazzini abbiano fatto il provino, moltissimi. Ma quando Kodi è entrato nella stanza e ha letto una scena, l'ha interpretata in maniera così realistica e penetrante che non ho avuto dubbi, era lui quello giusto. E per la prima volta ero convinto che dovevamo e potevamo fare il film. Lui era semplicemente magnifico. Mentre per Abby tutto quello che sapevo di Chloe Moretz è che aveva 12 anni e che aveva già girato film importanti. La mia casting ha insistito molto su di lei e ora, la devo ringraziare, perché anche per lei vale il discorso di Kodi. E' una ragazzina che può essere forte ma anche estremamente vulnerabile. Quello che colpisce di lei è proprio il mix tra umanità e un'imbattibile spirito di sopravvivenza. Prevedo una grande carriera nel mondo del cinema e non solo per entrambi questi due ragazzi. Li ringrazio, sono stato molto fortunato nel potere conoscerli e lavorare con loro".

Let Me In è una sfida vinta e in maniera originale, autoriale ed emozionante. Una grandissima storia d'amore, violenza, amicizia e solidarietà che solo due esseri 'puri' e 'alieni' (interpretati in maniera sublime dai due attori ragazzini) come Abby e Owen potevano vivere. Non perdetevelo!

Scritto da Nicoletta Gemmi
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