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Leda: un ‘gioiellino’ che produce ‘latte macchiato’

Attualità, Interviste

01/03/2011

E’ stato presentato l’atteso film di Andrea Molaioli (regista di La ragazza del Lago), Il Gioliellino, un film estremamente austero, rigoroso, proprio perché tratta temi scottanti. Liberamente tratto alla storia del crack Parmalat e alla vicenda di Callisto Tanzi, Molaioli insieme agli sceneggiatori Ludovica Rampoldi (La doppia ora) e all’impegnato ed eclettico giornalista Gabriele Romagnoli, hanno messo in scena un film non di inchiesta, ma che pur affrontando con profonda scrupolosità, l’andamento finanziario della Leda (questo il nome fittizio scelto per l’azienda che sta per Latte e Derivati Alimentari) cerca di concentrarsi più sulle persone che hanno fatto questa storia.

Prodotto dalla Indigo Film (quella dei film di Paolo Sorrentino) e alla Babe Films, insieme a Rai Cinema e distribuito dalla Bim (dal 4 marzo in 170 copie), Il Gioiellino si avvale di attori di altissima professionalità. Remo Girone è Amanzio Rastelli, il proprietario della Leda, Toni Servillo Ernesto Botta (vero deus ex-machina dell’azienda, è lui il capo, anche se è in realtà un ‘semplice’ ragioniere) e la giovane e bravissima Sarah Felberbaum è Laura Aliprandi, nipote di Rastelli, laureata negli Usa con tanto di Master in Economia.

1992, anno di inizio del film, la Leda è una azienda famigliare, situata in una non precisata città della provincia emiliana e i suoi affari vanno molto bene. Rastelli riceve in casa sua Cardinali, Vescovi e Politici come segno di uomo retto, portatore di sani valori. Quando gli affari cominciano ad aprirsi a Paesi emergenti – vedi quelli dell’Est – questa ditta ‘ambasciatrice del Made in Italy’ comincia ad avere dei problemi. Gli americani la vogliono comprare ma nessuno è disposto a cedere, anzi si alza il tiro. Una squadra di calcio, sponsor, pubblicità per espandersi nel Mondo. Ma questo impegno non basta. Come dice un economista a Rastelli serve anche una Banca, per essere coperti su tutti i punti. Ma la situazione economica della Leda continua a precipitare e falsi in bilancio e finanza creativa prendono il sopravvento. Se i soldi non ci sono bisogna inventarseli. Da lì in poi sappiamo come va a finire, la crisi diventa insostenibile, si cercano di eliminare tutte le prove ma i vertici saranno arrestati.

“Del resto – ci dice Molaioli - come era già accaduto per La ragazza del lago, il racconto mi ha portato nella provincia italiana che, anche in questo caso, è stata muta spettatrice di un crimine. Ne Il Gioiellino però, a differenza di quanto accadeva nel mio primo film, non c’è nessun assassino da scoprire, nessuna confessione. Sin da subito sappiamo chi sono i colpevoli”.

Tra le tante scene chiarificatrici, una colpisce per umorismo e tragedia insieme, ovvero quando Rastelli con il figlio va dal Presidente del Consiglio (che non viene mai fatto vedere e nemmeno nominato) per battere cassa e afferma: “Ricordati di ridere alle sue barzellette”.

Molaioli che cosa l’ha spinta ad interessarsi a questo caso e scegliere una operazione per niente semplice. Ovvero distaccarsi dalla cronaca e dare spazio agli esseri umani coinvolti in questa truffa? “Quando è iniziata questa crisi globale – afferma il regista – mi interessava capire che ripercussioni avesse sulla gente, quale era la diretta reciprocità che le legava. Con i miei grandiosi sceneggiatori abbiamo preso come punto di riferimento il caso Parmalat perché ci interessava il folclore italiano. Poi abbiamo scoperto che queste vicende non erano solo made in italy ma che appartenevano a tutto il mondo occidentale. Come avete detto non abbiamo mai voluto fare un film di inchiesta perché siamo sempre stati convinti che i personaggi coinvolti, gli esseri umani fossero i più adatti per narrare il terreno nel quale queste concezioni perverse crescevano, dentro di loro, con il passare del tempo. Per questo motivo - non so nemmeno se fosse stato possibile – ma non abbiamo voluto incontrare né Tanzi e nessuno dei suoi collaboratori”.

“Sono queste contraddizioni – continua il regista - che abbiamo voluto esplorare per tramutare una vicenda finanziaria in un racconto di uomini abituati a stare sull’orlo del precipizio. Contraddizioni al limite della schizofrenia, come dimostra una frase attribuita a Tanzi che ha ispirato il titolo del nostro film: “A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino”.

“La scelta di non incontrare i veri protagonisti – commenta Toni Servillo – è stato particolarmente utile per noi attori, dato che avevamo già una sceneggiatura piena di materiale, e questo ci ha tolto una bella zavorra, un gran peso. Quello su cui abbiamo lavorato era il loro quotidiano, la loro intimità in cui la coscienza di ognuno si mostra. Abbiamo cercato di guardare il mondo con gli occhi dei nostri protagonisti, una banda di manager di provincia proiettati sulla scena della finanza mondiale, armati solo di un diploma in ragioneria e di una buona dose di spericolatezza nella gestione aziendale, capaci di tenere in scacco i mercati mondiali grazie a un conto finto realizzato con scanner e bianchetto. Cialtroni come i giocatori di poker da bar, sempre pronti a rilanciare anche con niente in mano. Capaci di muovere miliardi ma relegati in vite grigie, impiegatizie. Con una fiducia cieca, paradossale, nel lavoro, nell’azienda e nel loro padrone”.

Servillo lei in molti film che ha fatto impersona personaggi che hanno a che far con il denaro. E’ un caso o gli interessa questo aspetto? “Non è una strategia di certo – ci dice Servillo – è vero anche che, il rapporto che ognuno di noi ha con il denaro, dice moltissimo delle nostre personalità. Del resto già ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni era già spiegato tutto quello che raccontiamo noi. Lì c’era una storia d’amore che qui è appena accennata, ma c’è la Chiesa, il Potente, la corruzione, il denaro, tutti gli ingredienti che servono per fare un romanzo inquietante e con momenti di thriller”.

Nella sua regia Molaioli si intravede un certo cinema italiano impegnato degli anni ’70. Ha pensato a qualche pellicola in particolare? “Sì, a Il caso Mattei di Francesco Rosi, c’è anche una piccola citazione nel mio film”.

Da non dimenticare le musiche straordinarie a cura di Teo Teardo, oltre al fatto che in realtà il film è stato girato ad Aqui Terme in Piemonte.

Se volete saperne di più sul film: www.latteleda.it e www.corriere.it/ilgioiellino/

Scritto da Nicoletta Gemmi
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