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Le Idi di Marzo dei detenuti di Rebibbia

Attualità, Interviste

29/02/2012

Un film potente, devastante, che mette in gioco sentimenti ed emozioni fortissime e contradditorie. Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani che si è conquistato l’Orso d’Oro alla 62° edizione del Festival di Berlino, lascia lo spettatore esterrefatto, sopraffatto, dalla bravura di questi carcerati/attori e da come l’opera che stanno recitando si intrecci con le loro esistenze.

Il tutto nasce dal lavoro di Fabio Cavalli che è il direttore artistico del Centro Studi Enrico Maria Salerno che da più di dieci anni fa laboratorio teatrale all’interno del penitenziario romano di Rebibbia. La sua messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare è ora diventato un film, Cesare deve morire, che arriverà nei cinema dal due marzo con la distribuzione della Sacher Film di Nanni Moretti.

Sono in tanti presenti all’incontro stampa dai due registi, a Moretti, a Cavalli a due degli attori che hanno scontato la pena: Salvatore Striano che interpreta Bruto e Fabio Rizzuto che è Stratone.

“E’ stata un’amica comune, Daniela Bendoni – dice Paolo Taviani – ad incoraggiarci ad andare a vedere una rappresentazione di questo gruppo di carcerati. Noi non ci pensavamo affatto ed eravamo anche piuttosto scettici, inizialmente. Poi siamo andati. E sul palco c’era un uomo di circa una quarantina d’anni che recitava L’Inferno di Dante, in particolare il passaggio sulla storia di Paolo e Francesca. Siamo rimasti fulminati. Abbiamo immediatamente compreso che questo inferno loro lo vivono ogni giorno e che la sofferenza che trasmetteva era così autentica che ci ha lasciato un’emozione così forte che, da quel momento, non abbiamo pensato ad altro. E, ci siamo detti, facciamolo. Sarà dura, difficile, ma era diventata un’urgenza per noi. E siamo partiti in questa avventura”.

“Ovviamente quando hai a che fare con detenuti con pene tutte diverse – continua Vittorio Taviani – alcuni sono dentro per omicidio, altri per spaccio, i sentimenti non possono non essere contraddittori. Ma quando si fa un film nasce, irrimediabilmente, una grande complicità. Inoltre qualsiasi cosa uno abbia fatto nella vita, ognuno ha la sua storia, e si rimane sempre degli esseri umani. E la complicità è una scheggia di verità”.

“Aggiungiamo anche il fatto – afferma Paolo Taviani – che il Giulio Cesare di Shakespeare è un testo perfetto perché parla di amici che ti tradiscono, di onore, di un’ambizione sfrenata che porta Cesare a diventare un dittatore, di congiure da parte di amici, famigliari, figli: tutti elementi che questi uomini hanno vissuto sulla loro pelle. Certo, c’è anche del talento da parte loro e nel film si vede, ma quello che fa la differenza è che i discorsi, le azioni alle quali si sono sottoposti non sono estranei alle loro esistenze. Nei loro occhi, mentre recitano e non solo in quei momenti, vedi veramente l’inferno al quale sono condannati, l’inferno del loro presente - per alcuni del loro futuro – mescolato con tutta la drammaticità del loro passato. Quello che ci sentiamo di dire è che gli siamo molto riconoscenti, per averci dato fiducia, per avere creato questo clima di emozioni e sentimenti sempre complici e contraddittori allo stesso tempo”.

Per la prima volta in vita loro i fratelli Taviani, classe 1929 e 1931, si sono confrontati con il digitale e per quanto riguarda l’Orso d’Oro affermano: “Quando è arrivata la telefonata dal Festival di Berlino che dovevamo tornare perché avevamo vinto un Premio abbiamo immediatamente pensato al Premio della Giuria. Poi, siamo arrivati là, insieme a Nanni, e ci hanno fatto accomodare in una sala piena di orsetti. Man mano che la Cerimonia andava avanti guardavamo questi orsetti sparire, uno ad uno, e quello d’Oro rimaneva lì. Così, ad un certo punto abbiamo capito, era per noi! Siamo rimasti sbalorditi, stupefatti, emozionati ma senza la capacità di comprendere quello che stava accadendo. E, ancora oggi è così, non ci siamo del tutto ripresi ma l’importante è che è successo. Perché è successo!”.

Al di là del magnifico testo di Shakespeare e della straordinaria interpretazione di questi uomini, di questi attori, ci sono due frasi che non erano nella sceneggiatura e che ci sono arrivate come un pugno dello stomaco togliendoci il fiato. La prima è di Cosimo Rega, condannato all’ergastolo che, alla fine del fine del film, guardando in camera, prima che il secondino richiuda la porta della sua cella, dice:
“Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.

La seconda non c’è nel film. E’ di un detenuto che scrivendo una lettera alla moglie la prega di andare a vedere Cesare non deve morire perché: “Quando recito penso di potermi perdonare”.

Gli occhi degli spettatori diventano lucidi, il groppo in gola fa calare in sala un silenzio assoluto, noi che pensiamo di essere liberi (e che, chiaramente per certi aspetti, lo siamo) potremmo fare una cosa: impegnarci per far sì che nulla sia più come prima!

Scritto da Nicoletta Gemmi
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