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Le donne ci salveranno. Almeno a Cannes.

22/05/2014

 

(Cannes) Sono, fortunatamente, molte le registe donne presenti sulla Croisette nel 2014.

Meno di quante sarebbe, probabilmente, stato auspicabile, ma non c'è dubbio che il Delegato Generale del Festival Thierry

Fremeaux abbia lavorato in direzione della ricerca di alcuni film diretti da registe di particolare valore.

Tra questi vi è senza dubbio A Girl at my Door (Dohee-Ya) diretto dalla Sudcoreana July Jung che del cinema del paese asiatico restituisce tutta la forza immaginifica e 

l'ambiguità emotiva. 

E con un cognome dalle forti suggestioni psicoanalitiche, la regista non poteva non sorprendere lo spettatore con una narrazione apparentemente semplice, ma piena di colpi di scena

e singolari momenti di grande emotività e sorpresa.

Una poliziotta spedita per motivi misteriosi lontano dalla capitale, infatti, si trova ad avere a che fare con una situazione di disagio sociale e un'enigmatica bambina alle prese

con un patrigno violento e alcolista. Un dramma che diventa il crescendo di una storia di solitudine e di una strana se non addirittura riluttante maternità sullo sfondo della provincia

sudcoreana. "Per me era importante raccontare una storia che fosse l'incontro tra due diverse forme di solitudine" spiega la Jung che ha ricevuto oltre minuti di applausi alla fine 

della proiezione ufficiale nella sezione Un certain regard "Questo film nasce dal mio desiderio di volere raccontare una storia universale e che tutti quanti, in tutto il mondo potessero

comprendere." 

E - parlando in maniera analitica - la regista non ricorda cosa l'abbia portata a dirigere proprio questa storia come esordio alla regia di un lungometraggio. "Sinceramente non so dire

se è una storia che ho sentito, oppure l'ho semplicemente sognata. Certo, mentre la scrivevo ricordavo l'apologo del gatto che vuole tornare nelle grazie del maestro con cui vive

dopo che questo si è preso un altro gatto. Per me era una storia che aveva qualcosa di molto profondo per spiegare come l'incomprensione tra due esseri viventi possa portare

a sacrifici e sorprese."

Nel ruolo principale troviamo l'attrice Doona Bae protagonista di film come Sympathy for Mr.Vendetta di Park-Chan Wook e più recentemente di Cloud Atlas. Un'interpretazione

molto complessa la sua, perché quasi priva di dialoghi, ma in grado di restituire in pieno i turbamenti di una donna lacerata tra il senso del dovere, la compassione nei confronti

di una bambina e il senso di abbandono da parte della donna che lei stessa ama. "Non ho mai detto agli attori cosa fare." aggiunge July Jung "Ho solo chiesto loro di comprendere

chi fossero i loro personaggi. Questo per arrivare ad una verità del racconto in grado di toccare l'anima delle persone." La poliziotta che diventa una sorta di alieno nel piccolo

paese di provincia è una persona coraggiosa che diventa quasi la madre della ragazzina (apparentemente) abusata. "Una strana madre." precisa la regista "E' la storia di un

incontro, del mettere insieme una serie di emozioni e fare il bilancio della propria vita."

Quali le qualità di una regista donna rispetto a quelle di un uomo "Non ci sono differenze sostanziali tra un film diretto da un uomo e quello diretto da una donna." conclude July Jung

"Si tratta di differenze tangibili che danno un senso di sguardo diverso al racconto in termini di aspettative. Una donna può capire meglio certe cose, mentre un uomo può arrivare

a comprenderne altre." dice citando, tra le sue diversissime influenze sul suo lavoro Kubrick, Jean Renoir, Hitchcock e Fellini. 


Grandi 'padri' per una storia di solidarietà femminile e di speranza che segna l'esordio di July Jung che si propone da subito come una regista dallo sguardo

molto interessante e originale.

Scritto da Marco Spagnoli
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