Recensione di Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno
Nessuno mi può giudicare è una commedia riuscita che prendendo spunto dalla nostra ‘sofferta’ contemporaneità, diventa una riflessione leggera, ma non per questo esile o scontata sul nostro presente.
Protagonista della trama è una ricca borghese che all’indomani della morte improvvisa del marito scopre non solo di avere perso tutti i suoi beni, ma di avere anche dei debiti da saldare. Cacciata dalla sua stessa casa nella Roma bene insieme al figlio piccolo, la donna si trasferisce in periferia aiutata da quel cameriere extracomunitario che aveva sempre trattato con un certo senso di superiorità. L’inversione dei ruoli, le fa scoprire l’esistenza di un’altra umanità e di un’anima popolana della città fondata sull’aiuto reciproco. Nonostante questo, però, la donna è obbligata a fare i conti in senso letterale con la realtà e a mettere insieme una cifra considerevole. L’unica maniera per guadagnarla sarà quella di trasformarsi in una escort di lusso e mettere così insieme la cifra richiesta, nonostante le complicazioni e, soprattutto a dispetto del sentimento che la farà sentire sempre più vicina ad un uomo conosciuto nel suo nuovo quartiere. Una situazione che andrà sempre più complicandosi fino al momento finale della verità in cui i nodi verranno al pettine non senza una serie di esilaranti sorprese.
Scritto e diretto da Massimiliano Bruno di cui segna l’esordio alla regia, Nessuno mi può giudicare è una commedia romantica, semplice, dalla vocazione fortemente commerciale, ancorata, però, in maniera altrettanto salda alla realtà dei nostri giorni.
Pur sfuggendo al racconto dell’abiezione e all’affrontare questa storia di costrizione in maniera realistica, il film è una commedia romantica che fonda grande parte della sua riuscita sulla scrittura, ma anche sul talento dei suoi protagonisti.
Per quanto, infatti, scontata che sia la trama, l’eleganza delle emozioni raccontate con senso dell’umorismo e gusto per la sorpresa fanno di questo film un prodotto interessante che si distanzia anche sensibilmente dalla factory Brizzi – Martani di cui Bruno è uno dei principali esponenti. L’Italia pseudo popolana forse, ma certamente non borghese mostrata in una pellicola fatta di bollette da pagare, di figli da prendere a scuola e di soldi che non ci sono mai a sufficienza per nessuno, rappresenta uno scenario concreto e ‘rinfrescante’ in cui il cinema italiano sembra riconquistare una sua dimensione meno sexy e glamour rispetto ad altri titoli, ma certamente più adatta a raccontare storie nate in tempi di crisi non solo economica.
Per il resto, la moralità dei protagonisti, ammesso che sia uno dei temi del film, è quella che nasce da un profondo senso di dignità, nonostante tutto e tutti, e che anche quando di è costretti a sbagliare, il prezzo pagato di persona è molto più alto di quanto ci si potrebbe attendere. Un film credibile, perché essendo più favola romantica che saggio sociologico, convince lo spettatore di alcuni valori semplici, ma inossidabili mostrati con un senso di orgoglio in una pellicola che vive di suggestioni diverse e che parla di ambizioni, di emozioni, di musica, ma – soprattutto – di speranza. Non solo che le cose possino cambiare, ma che questo cambiamento preluda ad una trasformazione personale dove l’esperienza diretta della propria stupidità conta tanto quanto la capacità di riconoscere i propri errori. Non male per un film romantico e diretto che si offre così ad una lettura più terra terra e di puro intrattenimento, così come di racconto morale sopra le righe e talora perfino inverosimile, ma non per questo meno efficace e piacevole da vedere.




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