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La tortura ci salverà

Anteprime, Attualità

06/02/2013

L'uscita del film Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow che secondo alcuni critici 'sdoganerebbe' l'uso della tortura, sta creando negli Usa, dove il film è già uscito (e presto anche in Italia dove il film uscirà a inizio febbraio) una accesa e durissima discussione. Il motivo del contendere non è una scena di violenza (il cinema americano è pieno di scene gratuite di violenza) ma la paura, molto più sottile, che una scena o una storia possa cambiare l'opinione dei cittadini su un determinato argomento. E' lo stesso disorientamento che si ripete ogni volta che un film colpisce un nervo scoperto della società civile. E' già successo per la guerra del popolo americano contro i viet cong in Platoon di Oliver Stone o con il bacio omosessuale di I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee.

La differenza è che stavolta un film, anche se in modo non direttamente consequenziale, colleghi la tortura  (mostrata in modo molto esplicito) all'ottenimento delle informazioni per rintracciare bin Laden, facendo passare, secondo le accuse dei liberal, la tortura come un prezzo accettabile per eliminare il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti.
Certo è piuttosto improbabile che un film abbia la forza di cambiare radicalmente le idee delle persone. Ma è altrettanto vero che un film innesca un processo di sensibilizzazione, non necessariamente condivisa, su un certo argomento.
Da questo punto di vista l'impatto di Zero Dark Thirty, che mette in scena esplicite immagini di tortura per raccontare come si sia riusciti a catturare e uccidere Osama bin Laden, è negativo per alcuni, salutare per altri. E' negativo fintantoché si evince che la tortura sia un sistema efficace per estorcere informazioni ai prigionieri, è salutare perché scoperchia una grande ipocrisia dell'Amministrazione americana che ha sempre negato di usare questi sistemi.
A questo proposito alcuni giorni fa tre senatori repubblicani John McCain, Carl Levin e Dianne Feinstein hanno inviato una lettera aperta alla Sony Pictures che distribuisce il film in Usa, denunciando che la rappresentazione della tortura che viene fatta nel film è "grossolanamente inaccurata e fuorviante", chiedendo alla Sony di aggiungere nella pellicola la scritta "il ruolo della tortura nella caccia a bin Laden raccontata nel film non è basato sui fatti ma sulla finzione narrativa."

La Sony Pictures ha risposto furbamente: "Invitiamo il pubblico a vedere il film prima di farsene un'idea preconcetta." Certo è che tutte queste polemiche sono una manna per i produttori e distributori della pellicola, che vedono incrementare la visibilità e l'interesse nei confronti della propria pellicola.

E soprattutto gli incassi. Il che potrebbe far vedere tutta questa faccenda, per alcuni versi eticamente impegnata, sotto una luce completamente diversa.


Scritto da Piero Cinelli
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