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La mia ‘solitudine’ è un thriller fantascientifico/un horror sentimentale. Scegliete voi!

Attualità, Interviste, Personaggi

09/09/2010

Arriva con il viso un po’ scuro Saverio Costanzo dato che il suo La solitudine dei numeri primi ha ricevuto qualche fischio alla seconda proiezione, quella riservata ai periodici. Dobbiamo, invece, dire per diritto di cronaca che a quella di questa mattina, riservata ai quotidiani ci sono stati anche vari applausi. In ogni modo, il film esce domani, in 380 copie per Medusa e noi ve lo consigliamo vivamente che abbiate letto il libro di Paolo Giordano, oppure no.

Saverio Costanzo questo film era molto atteso qui a Venezia, come ti senti? “Allora – ci dice un simpatico e accigliato Costanzo – prima il film era atteso, poi attesissimo e ora è trepidamente atteso. Voglio, attraverso di voi, rassicurare però gli spettatori che non si troveranno davanti Il Gattopardo o un film di Stanley Kurbrick. Ecco questo deve essere chiaro. Comunque sono molto felice di essere ad un Festival così importante, per la prima volta in vita mia, con un film al quale sono particolarmente affezionato”.

Che cosa ti ha dato il coraggio di trasportare al cinema un bestseller ma, innanzitutto, una storia di ‘non detti’ come La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano? “Devo dirvi – ci dice Saverio – che il libro l’ho amato molto e quindi già ero a buon punto. Quando poi la produzione ha preso forma e ho saputo che Paolo Giordano avrebbe accettato di scrivere la sceneggiatura insieme a me, il coraggio è nato spontaneo. Per me La solitudine dei numeri primi, libro, è la storia di due archetipi sulla ferita originale. E’ un trattato, sotto forma di romanzo, del dolore antropologico che ogni essere umano porta con sé durante tutta la vita. Chiaramente sotto forme e momenti molto diversi. Come dicevo Alice e Mattia sono due archetipi. Due numeri primi, non due esseri umani come la maggior parte della gente. E, aggiungo, per fortuna. L’altro aspetto che mi ha veramente interessato è il corpo. Con questo film avevo la possibilità di sperimentare la trasformazione di due corpi nel corso di vent’anni di vita. Il film inizia nel 1984 e finisce nel 2008, e in questo periodo Alice e Mattia cambiano il loro corpo in maniera radicale. Tutto questo l’ho volutamente fatto senza alcun uso di effetti speciali, a parte i tagli e alcune ferite, il resto sia Alba che Luca hanno lavorato con grande professionalità e profondità sui loro corpi. E per me questo è un atto politico fortissimo. Lavorare sulla metamorfosi nel cinema mi sembra esplicitamente di lanciare un messaggio politico e sociale. Il corpo – sia nel cinema, che nella realtà – ha una importanza enorme, mai come in questi anni e sotto i punti di vista più diversi. Quindi avere la possibilità attraverso il martirio di due corpi di arrivare alla resa dei conti finale delle loro esistenze era una sirena alla quale non sono riuscito a resistere”.

I fatti nel libro di Giordano sono raccontati cronologicamente. Nel film no, è tutto, avanti e indietro nel tempo. Come mai questa scelta? “Era una scelta obbligata – ci dice Saverio Costanzo – se avessi detto subito cosa era successo ad Alice e Mattia quando erano piccoli, quali erano i loro traumi… Le domande dello spettatore sarebbero state: “E cosa succede ora? Dove è finita la sorellina di Mattia? E Alice rimarrà zoppa?”. E poi tenete conto che avevo a che fare con una storia che milioni di persone già conoscono. Quindi la domanda che volevo che si facesse il pubblico era: “Perché?”. Di conseguenza io e Paolo Giordano abbiamo pensato che c’era bisogno di uno spaesamento. Avevamo la responsabilità di cambiare il punto di vista delle domande che si sarebbe fatto il pubblico. Noi non avevamo nessuna intenzione di rassicurare, quello che ci interessava era riuscire a fare entrare lo spettatore nel dolore di questi due ragazzi e domandarsi: “Perché è avvenuta questa ferita nelle loro esistenze? Per noi tutta la pellicola è un unico momento vissuto”.

Lei ha uno stile di regia davvero particolare. Lo ha dimostrato con Private e con In memoria di me e lo ribadisce in La solitudine dei numeri primi. Ma si capisce anche molto bene che lei è un cinefilo incallito perché il film è pieno di grande cinema? “E’ verissimo. – afferma Saverio – Io adoro il cinema e ne vedo davvero tanto ma ho dei gusti ben particolari. Come avrete capito non so scrivere i dialoghi quindi i protagonisti parlano pochissimo ma adoro la musica e nel film c’è n’è tanta e diversa. Ed è la musica che parla al posto di Alice e Mattia. I cineasti che amo di più sono Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni, Robert Bresson ma anche John Carpenter, Dario Argento e non finirei più… Diciamo che il film è fatto di tanti film che io definisco: Blu Elettrico, questo è il colore che darei anche alla mia pellicola. Con le dovute distanze dai nomi che ho fatto fino ad ora ai quali sono ben lontano dall’avvicinarmi, però mi influenzano moltissimo. Qualche giornalista ha definito il mio cinema ‘esistenziale’. Magari! Bergman e Antonioni questo erano, ma non ci siamo ancora... Anche se una citazione l’ho fatta. Come vi ho detto nel film c’è molta musica, molto rumore, copre i silenzi e storicizza il passaggio di vent’anni di storia. Però per la scena finale che dura parecchio ed è tutta girata in completo silenzio ho pensato ad Antonioni. Quando alla fine Alice trova Mattia seduto sulla panchina dove è scomparsa sua sorella e lei gli passa una mano tra i capelli… mi è venuta in mente L’Avventura e quando Monica Vitti sublimamente fa lo stesso gesto nei confronti di Gabriele Ferzetti. Come dire dopo tanto dolore, dopo tanto rumore ora che siamo arrivati ad un punto di svolta, lasciateci nel nostro essere ‘diversi’ in silenzio”.  

Scritto da Nicoletta Gemmi
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