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La mia Lourdes - Intervista a Jessica Hausner

Attualità, Interviste

05/02/2010

Volevo raccontare la storia di un miracolo: sono stata varie volte a Lourdes insieme a dei gruppi di pellegrini per documentarmi, ho ascoltato varie storie e fatto diverse ricerche. E’ lì, infatti, che avvengono più eventi definiti come tali e mi interessava raccontare una storia del genere in un ruolo dove i presunti miracoli avvengono eppoi sono analizzati ed eventualmente smontati dagli studiosi.” La regista austriaca Jessica Hausner ha un approccio laico alla storia raccontata in Lourdes, film dal finale aperto riguardo un evento apparentemente inspiegabile legato all’improvvisa guarigione di una ragazza francese in visita nella cittadina dei Pirenei insieme ad un gruppo di malati. “Io non sono credente e il cattolicesimo mi sembra una storia troppo semplice rispetto alla vita futura. In questo senso, però, volevo raccontare qualcosa di rispettoso dove è lo spettatore a offrire una sua visione degli eventi che accadono dinanzi ai suoi occhi.”

Il finale di questo film è aperto: quando è nata questa idea?
Insieme alla storia, perché la cosa più importante non è avere una risposta riguardo alla natura del miracolo, bensì il fatto che la protagonista abbia una consapevolezza in più rispetto a quando era partita riguardo alla transitorietà della vita e alla sua ‘finitezza’. Ero affascinata anche dall’idea della casualità di una guarigione: la protagonista non è proprio una credente, e, dunque, ammesso che sia vero e che duri, perché lei?

Come ha scelto l’attrice protagonista?
Per me era ovvio che il film dovesse essere in francese e quindi ho guardato a questa cinematografia per la scelta: alcune attrici si sono rifiutate di recitare la parte di una donna paralizzata, ritenendo che quel ruolo, non abbastanza " sexy ", avrebbe potuto nuocere alla loro carriera. Altre hanno messo in discussione il contenuto cattolico del film… Ho spiegato che, sebbene sia ambientato a Lourdes, il film non vuole essere un film cattolico. Mi servo di Lourdes per raccontare una storia più generale… Poi ho incontrato Sylvie Testud:  c'è stata una lunga fase di preparazione. Abbiamo visitato diversi centri ospedalieri per conoscere i malati e ogni visita ci ha aiutate a capire meglio la malattia. Da un lato ci sono le preoccupazioni personali, familiari e sociali e, dall'altro, l'esperienza fisica di vivere inchiodati a una sedia a rotelle. Abbiamo anche lavorato con una fisioterapista per imparare come camminare alla fine del film. Per noi è stato estremamente interessante penetrare emotivamente in una situazione fatale, quella dell'handicap, e scoprirvi una specie di normalità e un benessere inattesi.

Questo film è anche una riflessione sulla malattia che viene, generalmente, rimossa dalla nostra società a livello mediatico: si deve essere sani, belli e possibilmente anche giovani. Quanto l’affascinava l’idea di esplorare la malattia di fronte alla possibilità o alla speranza di ottenere un miracolo?
Più che un film che parla della malattia tout court, Lourdes ha a che fare con l’anima e con i limiti della vita stessa. La protagonista del film, in questo senso, è il simbolo del desiderio di una donna di potere vivere la vita in pieno, spezzando le catene del suo male che la lega alla sedia a rotelle. La mia idea è che il concetto stesso di ‘salvezza’ risulti essere molto relativo. Cosa significa salvarsi? È una risposta personale da parte di ciascuno di noi.

Qualcuno ha scritto che il suo è un film per “ritrovare la fede”…
Mi meraviglierei se ciò accadesse…Nel mio film il miracolo è presentato in maniera ambivalente: non conosciamo la vera natura di quello che accade e, soprattutto, non sappiamo se questo miracolo durerà davvero.

Scritto da Marco Spagnoli
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