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La mia abiezione quotidiana

Attualità, Recensioni

10/01/2012

E’ un percorso, in un certo senso, perfino “solenne” quello che il regista Steve McQueen propone alla volta della scoperta della complessa perversione personale di un uomo il cui atteggiamento è ormai, di fatto, già sconfinato in quella che può sembrare come una malattia.

Presentato al Festival di Venezia Shame, che ha permesso al suo protagonista Michael Fassbender di vincere una meritatissima Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, è un film molto interessante, espressione perfetta del migliore cinema indipendente, scritto dal regista insieme a Abi Morgan, sceneggiatrice, inglese come lo stesso McQueen, e autrice anche del prossimo The Iron Lady.

Una pellicola interamente basata su una componente visiva molto marcata ed elegante che segue Fassbender nel ruolo difficile di una persona quasi obbligata da un demone personale a vivere una sessualità fatta di Internet, di incontri casuali, di masturbazioni continue, di approcci improvvisi e di tante, tantissime, prostitute. Una condizione, certamente non facile, aggravata dall’arrivo improvviso della sorella che, piombata a New York, turba la peraltro sconcertante routine del protagonista diviso tra sesso e lavoro.

Shame è, per molti versi, un piccolo capolavoro di intelligenza e di stile che fonda la sua forza su quanto non viene detto, e che, piuttosto, viene semplicemente suggerito, insinuato, sussurrato. Un gioco in crescendo dove le parole contano molto poco, fatto piuttosto di sguardi, seduzioni e di linguaggi del corpo che conquista immediatamente lo spettatore e costringendolo a seguire il protagonista in un percorso insolito e pieno di insidie, da cui, forse - ma il finale è aperto - non ci sono apparenti vie di uscita.

Un film su una malattia che è piuttosto una condizione dell’anima in grado di andare oltre quanto visto fino ad oggi: nessuna razionalizzazione, nessun atteggiamento salvifico e nessun pietismo caratterizzano questa storia che fa del suo protagonista una sorta di antieroe postmoderno: un uomo che non sembra trarre alcun piacere dal sesso, sebbene questo gli risulti più che “necessario”. Ed è proprio questo elemento al tempo stesso, paradossalmente, selvaggio e sopito a conquistare lo spettatore che resta come ipnotizzato da Fassbender e dalla sua dolorosa condizione di schiavo del sesso, alla ricerca costanze di una soddisfazione che sembra necessitare di affondare le sue radici in un male profondo e ‘nero’ impossibile o, forse, peggio ancora ‘inutile’ da razionalizzare a voce alta.

Una pellicola dinamica e coinvolgente raccontata in maniera secca ed essenziale, senza pruriti: la macchina da presa, spesso, fissa sullo sguardo inquieto se non addirittura addolorato di Fassbender racconta allo spettatore la vita di un uomo affossato nella propria solitudine, raggelato nell’impossibilità di toccare una donna senza doverla pagare, vivendo un rapporto più o meno normale, qualsiasi cosa significhi in fondo la parola ‘normalità’.

Un film non facile da decifrare, grazie all’ambiguità emotiva di Fassbender cui viene, in un certo senso, donata una prospettiva nuova dal difficile rapporto dell’uomo con sua sorella che in un momento chiave dell’intera pellicola gli lascia un messaggio in segreteria dicendo la frase sibillina “Non siamo persone cattive, veniamo da un posto cattivo.” Una costruzione intelligente e una narrazione che prende per mano il pubblico sin da subito facendolo diventare testimone di quella che, in fondo, è una vita cui manca un orizzonte di qualsiasi genere e che è modestamente ‘puntellata’ dalla scarsa ironia del protagonista, piuttosto raggomitolato in se stesso e pur consapevole di quanto gli sta accadendo, incapace di dare una scossa alla propria esistenza e di sfuggire al dolore che ha dentro.

Fassbender porta sullo schermo quello che può essere considerato una sorta di vampiro postmoderno alla disperata ricerca di sesso per alimentare il proprio fisico sofferente, inebriato dal possesso e dalla conquista, condannato a vivere nel nulla a causa dalla propria abiezione. Shame è, senza dubbio, uno dei film più interessanti degli ultimi anni per la sua grande originalità avvolta sapientemente da una banalità e una noia senza fine.

Scritto da Marco Spagnoli
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