Recensione de La Chiave di Sara di Gilles Paquet-Brenner
Tratto dal romanzo di Tatiana De Rosnay, La chiave di Sara prende le mosse dai tragici eventi del Velodromo d’Inverno a Parigi, quando, il 16 luglio del 1942, oltre tredicimila ebrei francesi furono rastrellati dai loro connazionali e consegnati ai nazisti che li avrebbero, di lì a qualche giorno, trasferiti nei campi di concentramento da cui non sarebbero, per la stragrande maggioranza, più tornati.
Adulti, vecchi e tanti, tantissimi bambini furono raggruppati e lasciati al caldo torrido, alla puzza dei corpi ammassati sugli spalti di quello che, una volta, era un luogo di divertimento, alla fame e alla sete. Un antipasto di violenza e sopraffazione di quello che sarebbe accaduto di lì a poco in Polonia o in Germania che per la piccola Sara di nove anni diventa ancora più angoscioso: nel tentativo di salvarlo dal rastrellamento, infatti, la bimba ha chiuso suo fratello in un armadio facendosi promettere che non sarebbe più uscito di là fino a quando lei sarebbe tornata a prenderlo. Un incubo che l’accompagna e che la spinge alla ricerca della libertà ad ogni costo, incurante della sua incolumità.
Nel presente, invece, il film è incentrato su una giornalista americana che scrivendo un lungo articolo proprio sui fatti del Vel d’Hiv incontra per circostanze casuali la storia della piccola Sara e della sua disperata fuga verso Parigi dove deve tornare di salvare il fratello. Un viaggio che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza e che ai giorni nostri si riverbera sulla vita della giornalista alle prese con una storia orribile che, in qualche maniera, sembra coinvolgere da vicino anche la sua famiglia d’adozione e il padre di suo marito. Solo la scoperta della verità potrà portare la pace ad entrambe le donne unite da un destino sorprendente, nonostante i risvolti inquietanti.
La chiave di Sara è un film che si basa su una storia molto interessante e travolgente che, in molti momenti, lascia lo spettatore quasi senza fiato. Diretto dal regista francese Gilles Paquet-Brenner, il film soffre di un’eccessività linearità narrativa dove i colpi di scena sono mitigati da un andamento quasi documentaristico, mentre allo spettatore non viene risparmiato praticamente nessuno degli orrori inflitti dai nazisti agli ebrei e, più in generale, dai collaborazionisti ai loro connazionali, rei di avere un’altra fede, disprezzata dall’invasore tedesco.
Dolore e sofferenze spaventose vengono proposte al pubblico insieme ad una serie di interrogativi la cui comprensione è resa ancora più importante da un’epoca in cui l’antisemitismo vive un’ondata di ritorno con farneticazioni digitali da parte di gente che, la storia, si presume dovrebbe averla compresa.
La rilevanza e l’importanza della visione di questo film così come gli altri che affrontano la tragedia della Shoah, quindi, è fuori di dubbio. Il problema, forse secondario, e, comunque, solo di natura cinematografica, nasce dal fatto che il cinema legato alla Shoah ha bisogno di autori in grado di non lasciarsi sommergere dalla forza e dalla rilevanza delle storie che raccontano, ma che, piuttosto, siano capaci di guidare il pubblico in mezzo ad un orrore spaventoso e talora perfino inspiegabile. Paquet-Brenner, invece, sceglie un andamento drammatico e spaventoso in cui il pubblico si trova a vivere direttamente le esperienze dei protagonisti senza alcuna mediazione narrativa.
A dispetto di queste considerazioni sull’utilizzo della macchina cinema, La chiave di Sara resta in ogni caso uno strumento narrativo attraverso cui portare il pubblico a contatto con un passato terribile dove fare la cosa giusta significava interpellare o mettere a tacere la propria coscienza. Un aut – aut riguardo da che parte stare che obbliga i protagonisti a scelte drammatiche dettate da eventi terribili sublimate in macchie indelebili per la nostra coscienza collettiva.




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