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La Cannes dei giurati eccellenti

Attualità

25/05/2015

Era già successo con Tarantino e con Spielberg e adesso succede con Ethan & Joen Coen, ma sembra proprio che i grandi registi siano i meno adatti a fare i Presidenti delle giurie dei grandi Festival. Ed il loro sincero commento “la nostra è stata una giuria di artisti non di critici” dovrebbe spiegare certe scelte eccentriche. Dovrebbe, ma non convince, perché di fronte al cosiddetto ‘risultato’ finale, ovvero la Francia pigliatutto con i tre Premi principali: Palma d’Oro a Deephan di Audiard, Miglior interprete maschile Vincent Lindon per La loi du Marché e miglior interprete femminile Emmanuelle Bercot per Mon Roi (ex equo con Rooney Mara di Carol) qualche perplessità è più che lecita. Certamente è molto difficile, e per certi versi imbarazzante, criticare dei giudizi assolutamente personali, ma ad un certo livello la qualità artistica diventa anche un fatto oggettivo. Cari, meravigliosi (come registi) fratelli Coen, accanto alle tre pellicole italiane avete ignorato anche il bellissimo Carol del vostro compatriota Todd Haynes, e infine, e questa è forse la cosa più bizzarra di tutte e meriterebbe una indagine più approfobìndita, avete asdegnato la Palma di migliore attrice a Rooney Mara per Carol, ma non a Cate Blanchett, senza la quale il film non sarebbe andato da nessuna parte. Deephan di Audiard è un altro capitolo della tormentata banlieu parigina, quella dell’altro film di Audiard, il più bello Il Profeta (Premio della Giuria a Cannes), film durissimo e fortemente politico, in una Francia ancora traumatizzata dall’attentato a Charlie Hebdo

Avrebbe forse meritato più la Camera d’Or che il Grand Prix il sorprendente esordio dell’ungherese László Nemes con Il figlio di Saul, una storia dell’orrore della Shoah e dei lagher nazisti, raccontata con uno stile assolutamente personale, mentre la Camera d’Oro è andata ad uno dei pochi film a carattere ambientalista, il colombiano La tierra y la sombra di Augusto Acedavo, storia di un contadino circondato da una immensa piantagione di canna da zucchero. 

Miglior regia al maestro taiwanese Hou Hsiao-Hsien per il bellissimo wuxia ‘al femminile’ The Assassin, un’opera formalmente splendida, mentre The Lobster del regista greco Yorgos Lanthimos riceve il Prix du Jury: un film dal grande cast, e di scuola ‘coeniana’ - surreale e tragicomico - ambientato in un futuro prossimo dove è vietato essere single oltre una certa età, pena la deportazione. 

Miglior sceneggiatura Chronic del messicano Michel Franco, un tributo piuttosto ovvio al giurato Guillermo Del Toro. Peccato non aver avuto nessun italiano in giuria.

Scritto da Piero Cinelli
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