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Io, ragazzo di Liverpool diventato 007 al servizio della Regina d’Inghilterra

Attualità, Eventi, Interviste

27/10/2012

Daniel Craig si presenta con la modestia che contraddistingue il suo approccio pubblico con i media. Il suo ultimo Bond intitolato Skyfall il ventitreesimo film della serie, cinquant’anni dopo il primo Licenza d’uccidere, è senza dubbio uno dei migliori in assoluto e Craig racconta la grande emozione di tornare ad indossare lo smoking di ordinanza dell’agente segreto più famoso del mondo per una storia piena di grandi sorprese. Skyfall arriva nei cinema lo stesso anno in cui l’attore ha interpretato ancora una volta 007 nell’esilarante cortometraggio presentato alle Olimpiadi dove vediamo James Bond scortare la Regina d’Inghilterra, quella vera, alla cerimonia di apertura allo stadio olimpico di Londra. “Alle volte bisogna scuotere un po’ le cose per fare in modo che tutto prenda la giusta direzione.” Dice Craig a proposito dei tanti colpi di scena presenti nel film “Rimescolare le cose di tanto in tanto, serve paradossalmente a mantenere salda la rotta.”

E’ stato lei a suggerire a Sam Mendes la possibilità di dirigere Skyfall: perché?

In realtà le cose stanno in maniera un po’ diversa: conosco Sam da quando avevamo lavorato insieme in Era mio padre e questa idea mi è venuta dopo che per ore e ore avevamo parlato delle possibilità che si trovava davanti il personaggio di 007 dopo Casino Royale e Quantum of Solace. Era un discorso tra filmakers, ma non finalizzato ad un lavoro, bensì – essendo entrambi dei grandi fan del personaggio – volevamo riflettere su cosa avrebbe potuto fare, adesso, James Bond. Al tempo stesso, però, sapevamo che Skyfall sarebbe dovuto essere innovativo, ma mantenere un legame forte con la tradizione e con quello che il pubblico si attende da un film del genere. Volevamo essere originali, mantenendo una grande emozione al suo cuore con una patina che fosse esattamente quella dei film che siamo abituati a vedere da mezzo secolo a questa parte. Abbiamo così voluto recuperare lo spirito dei romanzi di Ian Fleming in cui Bond è un assassino lacerato pieno di conflitti interiore. Un uomo che non ama il suo lavoro. Ogni cambiamento, però, deve rimanere sempre all’interno del perimetro delle storie che il pubblico vuole vedere. Per quanto addolorato e sofferente, però, James Bond, alla fine, probabilmente tornerà sempre e comunque a salvare il mondo.  

Casino Royale ha inventato di nuovo il suo personaggio: adesso altri cambiamenti. Così facendo si alza sempre la posta delle aspettative del pubblico…

Tutti gli attori che mi hanno preceduto in questo ruolo hanno interpretato il personaggio a modo loro: io non faccio eccezione. Non saprei essere come loro, posso fare solo quello che so fare e faccio. Con Sam Mendes abbiamo voluto fare degli omaggi al passato introducendo elementi dei vecchi film nel tessuto di una storia nuova ed originale. Il finale del film, in poi, ricorda volutamente Mezzogiorno di fuoco. Non vogliamo copiare da nessuno, ma al tempo stesso rubare un po’ da tutti. Siamo tutti molto contenti del fatto che Skyfall sia venuto fuori esattamente come ce lo aspettavamo e come speravamo potesse essere. Per il futuro vedremo, ma siamo tranquilli visto l’immenso talento del team creativo che queste produzioni hanno alle spalle. Skyfall lascia la porta aperta per raccontare qualsiasi storia vogliamo e siamo tutti molto eccitati da questa possibilità.

Vedremo altre donne forti come quelle degli ultimi film?

Il mondo è cambiato dal 1962 e 007 oggi incontra donne forti che sono, in realtà, molto simili a lui: delle sue pari. Fanno l’amore, combattono, vivono fianco a fianco come partner e questo mi piace, perché lo trovo certamente più interessante e adatto ai nostri tempi di vederlo dominare le donne che incontra. Credo che Bond stesso sia contento di condividere il letto o di scontrarsi con donne forti. Al tempo stesso, però, penso che Bond sia ancora un po’ troppo sciovinista per i miei gusti.

A proposito di donne forti: parliamo della sua avventura olimpica con la regina in persona…

Posso dire solo che è stata un’esperienza surreale di cui sono molto orgoglioso e della quale posso dirmi di essere molto felice. Un qualcosa cui un giorno guarderò indietro con grande soddisfazione di averlo fatto. E’ molto strano per un ragazzo di Liverpool come me avere vissuto tutto questo come 007.

Eppure altri ‘ragazzi di Liverpool’ in passato ci hanno dato delle grandi soddisfazioni…

Dice davvero? (Ride).

Di tutte le icone inglesi, però, è stato James Bond e non Harry Potter o Sherlock Holmes a scortare la regina nello stadio: come spiega il legame così intimo tra il personaggio di 007 e l’immaginario collettivo britannico?

E’ il vecchio adagio dell’eroe che tocca il cuore di una nazione e, forse, del mondo. Bond è un eroe nato dalle rovine di un paese. Ian Fleming ha scritto il suo primo romanzo dopo la Seconda Guerra Mondiale quando l’Impero britannico era ormai al suo tramonto: James Bond è apparso in un mondo disilluso e depresso e in tanti hanno guardato a lui con speranza. E’ l’idea o, meglio, forse la fantasia, ma speriamo non troppo remota che mentre noi siamo qui a vivere le nostre vite, là fuori c’è qualcuno che si prende cura di noi. Speriamo sia vero.

Scritto da Marco Spagnoli
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