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Intervista ad Ami Canaan Mann, regista di Le paludi della morte!

Attualità, Interviste

15/06/2012

Da oggi nei cinema c'è Le paludi della morte, distribuito da 01 Distribution e diretto da Ami Canaan Mann (nella prima foto), figlia del grandissimo Michael Mann, al suo secondo lungometraggio dopo Morning e una lunga carriera nelle serie televisive americane.

 

Presentato al Festival di Venezia, l'anno scorso in concorso – quest'anno tra l'altro suo padre sarà il Presidente della Giuria - Le Paludi della morte, titolo originale Texas Killing Fields, è una torbida, notturna ed inquietante storia di omicidi, presi da veri fatti di cronaca.

 

Magnificamente girato, il film della Mann, rientra nel genere poliziesco/sociologico con due poliziotti, estremamente diversi, uno è texano e uno è di New York, che si ritrovano a dovere fare luce sulla scomparsa di una serie di ragazze, violentate e mutilate i cui corpi vengono gettati nella zona definita ‘killing fields’ (‘campi assassini’). I due colleghi finiranno sulle tracce di un serial killer, decisamente pericoloso ed abile, nel cuore di un luogo misterioso, dal quale, solitamente non torna mai nessuno.

 

Prodotto da Michael Mann la regista ha lavorato anche con un gruppo di attori particolarmente adatti al ‘genere’ e tutti bravissimi. A cominciare da Sam ‘Avatar’ Worthington sempre un po’ legnoso ma molto di meno nelle mani della realizzatrice, continuando con un fuoriclasse come Jeffrey Dean Morgan, alla oramai richiestissima Jessica Chastain, Chloe Moretz, Stephen Graham e Jason Clarke.

 

Ami Canaan Mann, Texas Killing Fields, è un film che parte da fatti realmente avvenuti. Atrocità allucinanti. Come si è preparata per narrare questi eventi? Tra l’altro attraverso una pellicola notevolissima che varia dal genere poliziesco al documentaristico… “Prepararsi a girare questo film ha significato fare ricerche sui tanti aspetti delle storie prese in considerazione. Ho passato parecchio tempo con i detective della omicidi della LASD; sono andata all’obitorio di Los Angeles; sono stata a Texas City e nella prigione di Angola in Louisiana. Sam, Jeffrey e Jessica hanno fatto la stessa cosa mentre Chloe e gli altri attori che compongono la sua disgraziatissima famiglia presa di mira dal killer, sono stati in un centro di recupero per tossicodipendenti e Jason Clarke ha voluto incontrare un uomo condannato per crimini sessuali per potere comprendere che cosa lo aveva spinto a compiere simili atti. Insomma abbiamo fatto un lavoro di preparazione notevole”.

 

Inoltre l’apporto di Donald F. Ferrarone è stato fondamentale dato che lui si è occupato di questi casi, come poliziotto, per buona parte della sua vita e ha scritto la sceneggiatura del film? “Assolutamente, se non ci fosse stato lui non ci sarebbe il film. Nonostante i crimini mostrati nel film siano un mix di finzione ispirato a vari aspetti degli oltre cinquanta casi dei Texas Killing Fields, tutti noi eravamo consapevoli di raccontare una storia profondamente legata ad eventi reali e drammatici. Mi è sembrato quindi essenziale che sia io che gli attori ci avvicinassimo con il massimo rispetto a questa realtà cercando di comprenderla il più possibile. Se ci siamo riusciti è grazie a Donald, lui ha vissuto gli eventi in prima persona, e sapeva come guidarci. Inoltre ci auguriamo con il film di risvegliare l’attenzione sui tanti casi ancora irrisolti legati a quella triste stagione”.

 

E' chiaro che lo stato del Texas è un protagonista assoluto della storia? “I veri Killing Fields sono una vasta porzione di territorio poco fuori da Texas City. Una delle cose che mi ha colpito quando siamo andati in alcuni di quei luoghi dove sono avvenuti gli omicidi è che si vedevano una serie di raffinerie ed erano solo a pochi km dalla città. Questi posti mi hanno fatto pensare ad una casa infestata: un luogo inquietante a due passi da tutto ciò che ci è famigliare. Accadono cose strane e non sappiamo il perché. Siamo curiosi e allo stesso tempo spaventati”.

 

Che messaggio vorrebbe che le persone cogliessero vedendo il suo film? “Fate attenzione!”.

 

Che cosa vuole dire avere un padre come Michael Mann e fare lo stesso lavoro? “E’ un privilegio. Primo perché è un ottimo padre e questa è la cosa più importante. E poi chiaramente, anche se io sono cresciuta nell’Indiana insieme a mia madre, sono stata coinvolta la prima volta nel lavoro di mio padre grazie alla sua serie televisiva Crime Story. Lui all’epoca stava girando L’ultimo dei Mohicani e io collaboravo come assistente alla produzione nel reparto artistico. Avevo 16 anni e venivo pagata 40 dollari a settimana, che all’epoca mi sembravano una fortuna. Ma la vera fortuna era poter vivere sui set, è lì che impari veramente anche se poi ho frequentato varie scuole di cinema, specializzandomi in regia. L’esperienza sui set mi ha cambiato per sempre e mi sono innamorata perdutamente di quel mondo. In sostanza, crescere in Indiana, mi ha ispirato e fatto venire voglia di raccontare delle storie. Il fatto di lavorare con mio padre nei suoi film e alle serie televisive mi ha portato a riflettere sul modo in cui potevano essere raccontate queste storie”.

 

Due battute sul fantastico cast? “Sono gli attori che volevo. E anche in questo caso devo tutto ai miei tre casting director che li hanno contattati e dal primo all’ultimo hanno detto sì. Sono eccellenti professionisti e penso che questo dal film, che piaccia o meno, sia evidente!”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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