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Intervista a Vin Diesel per Fast & Furious 5

Attualità, Interviste

29/03/2011

A dieci anni di distanza dal primo film della serie, Vin Diesel riprende il personaggio di Dominic Toretto della serie Fast & Furious nel sequel intitolato Fast & Furious 5. Dopo avere appena iniziato un nuovo xXx si può dire che il quarantaquattrenne attore americano è molto impegnato nel rinnovare le due franchise che hanno determinato il suo successo al Box Office degli ultimi anni. “Io voglio essere orgoglioso dei film che faccio: personalmente non sono interessato a vedere il mio nome su un manifesto così tanto per fare. Se io scelgo di recitare in un film è perché ci credo e perché sono convinto della storia che si sta raccontando. La mia integrità professionale e personale mi obbliga a fare un cinema che intendo sostenere e quello che trovo particolarmente interessante è potere portare la mia esperienza personale in dote a questi personaggi. Il tempo è passato per me come per loro e questo si traduce nell’avere sullo schermo, per esempio, un Dominc Toretto diverso da come l’abbiamo visto all’inizio.” Spiega Vin Diesel “Oggi è più serio e, perfino, ‘severo’: io credo che da questo punto vista il personaggio riflette la serietà della nostra epoca e di questi anni.”

Sin dal primo film l’idea di base della serie ricorda molto gli ingredienti tipici del cinema western…
Beh, le somiglianze sono ‘innegabili’ anche se ad essere rapinate non sono più delle carrozze trainate da cavalli… La più grande abilità di “Dom” Toretto è quella di potere derubare qualsiasi cosa in movimento e questo elemento, certamente, lo avvicina molto al genere western.

Lei sembra continuare a divertirsi molto nei film che fa…
E’vero e questa è decisamente una cosa buona: mi diverto molto perché lavoro costantemente su progetti differenti. Un po’ come nel mito di Sisifo ‘spingo un enorme masso di roccia su per la collina’. Questa, però, è la maniera in cui sono stato ‘educato’. Impegnarmi continuamente e ‘spingere’ per raggiungere un obiettivo. Dopo essere entrato nel mondo delle celebrità il mio desiderio è stato sempre quello di andare oltre e ottenere altri risultati, toccando nuovi obiettivi.

Ad esempio?
Quello di diventare regista: un tema molto importante per me. Ho diretto nel corso del tempo alcuni cortometraggi. Un’esperienza che mi piacerebbe rinnovare nel caso di un lungometraggio. Il problema è che gli Studios, spesso, tendono a diffidare degli attori come registi. Si preoccupano di dare loro, forse, troppo potere e capacità di controllo di un progetto. Non che siano contrari, ma è necessario trovare un punto di incontro tra storia, budget e caratteristiche del film. Un equilibrio che richiede una serie di scelte e decisioni tutt’altro che ovvie. E’ certamente più facile chiedere ad un regista di professione.

Lei è anche produttore di Fast Five…
Sì, perché era importante per me potere sviluppare il progetto così come mi interessava. Sarei infinitamente più ricco se accettassi di fare tutti i film che mi vengono proposti, ma credo che sia più importante essere coerenti con la propria visione della vita e delle storie che si vogliono raccontate. Qualcuno mi prende in giro a Hollywood perché mi ritiene un’idealista, ma io non nutro alcun interesse per volere sfruttare la celebrità facendo qualcosa che non mi interessa.  Non voglio fare tre film all’anno solo per il gusto di farli. Il mio vero divertimento è potere raccontare delle storie dove c’è un’evoluzione dei personaggi, del loro carattere e dei loro rapporti personali. Nel caso di Fast Five credo che siamo riusciti…

Qual è il suo modello?
Francis Ford Coppola
che per ogni storia che ha affrontato, si è sempre dimostrato altamente rispettoso del materiale che la determinava e del senso stesso della narrazione. Sono cresciuto a New York e non è mai stato il mio stile mettere la mia vita sulle pagine dei giornali: Al Pacino e Robert De Niro non hanno mai esibito la loro vita privata e questo li ha resi attori migliori, perché sullo schermo erano dei personaggi e non delle celebrità di cui sappiamo tutto. La gente al cinema deve potere ‘fuggire in un altro mondo’ per un paio d’ore: deve potere credere che tu sia il personaggio che interpreti. Se sanno di tua moglie, dei tuoi figli e tutto il resto, è come se limitassi la possibilità del pubblico di distrarsi dalla sua vita e lo ancorassi alla realtà. Come newyorkese non sento di avere bisogno gratificazioni extra e di attenzioni ulteriori: per me quello che conta è il personaggio.

Scritto da Marco Spagnoli
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