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Intervista a Richard Gere - Hachiko - Un Cane è per sempre

Attualità, Interviste

28/12/2009

"Questo è un film sul potere della forza della vita ed è dotato di una grande spiritualità. E’ una storia senza tempo e che, in qualche maniera, è senza fine. Volevamo che Hachiko diventasse una finestra nella possibilità di fare esperienza di quello che viene raccontato che diventa molto rapidamente parte di noi, entrando velocemente nella nostra anima."

Dopo aver letto la sceneggiatura Richard Gere non ha avuto il minimo dubbio, decidendo di interpretare e di produrre il film Hachiko, affidandone la regia al Premio Oscar, Lasse Hallstrom. Buddista praticante dall'età di venti anni, Gere ha individuato in questa storia una spiritualità e una interconnessione tra gli esseri viventi, che la rende universale. Hachiko, A Dog's Story (che esce il 30 dicembre, distribuito dalla Lucky Red, con il titolo Hachiko - il tuo migliore amico) è la versione americana del film giapponese del 1987 diretto da Seijirô Kôyama ed è ispirato alla straordinaria e commovente storia vera del cane Hachi che per circa un decennio tra il 1925 e il 1935 ha atteso invano che il suo padrone, un professore universitario di Tokyo tornasse dal lavoro. Nel film, ogni giorno Hachi accompagna il professor Parker (Richard Gere) alla stazione e lo aspetta al suo ritorno per dargli il benvenuto. L'emozionante e complessa natura di ciò che accade quando questa routine viene bruscamente interrotta, rende la storia di Hachi una testimonianza del rapporto speciale tra esseri umani ed animali. L'assoluta dedizione di un cane nei confronti del suo padrone ci mostra lo straordinario potere dei sentimenti e come anche il più semplice fra i gesti possa diventare la più grande manifestazione di affetto mai ricevuta. “Quella che abbiamo raccontato nel nostro film è una storia molto semplice.” Spiega Gere “E la nostra sfida era quella di riuscire a mantenere questa semplicità attraverso tutta la pellicola, perché la forza di tutta l’operazione stava nella storia stessa. Ci piaceva immaginare che il nostro lavoro diventasse simile a quello dei narratori di storie intorno ai fuochi e che il calore delle emozioni che raccontavamo illuminasse i volti delle persone che vedranno il nostro film. Siamo stati ispirati da un modo di raccontare archetipico.”

Il film offre un punto di vista spirituale su questa che resta una storia vera…
Questo è un film sul potere della forza della vita ed è dotato di una grande spiritualità. E’ una storia senza tempo e che, in qualche maniera, è senza fine. Volevamo che Hachiko diventasse una finestra nella possibilità di fare esperienza di quello che viene raccontato che diventa molto rapidamente parte di noi, entrando velocemente nella nostra anima. Queste storie sono difficili da inventare, perché rischiano di scivolare al di fuori della propria struttura narrativa. E’ la loro verità a donare credibilità e forza alla narrazione. Quando ho letto la sceneggiatura io stesso ho avuto una reazione molto forte al punto di non trattenere le lacrime. Credo, dunque, che in questa storia si nasconda un misterioso potere cui sarebbe inutile provare a dare un nome. La sua forza appartiene allla sfera dell’accettazione, della pazienza, della lealtà, dell’amore e della compassione. Tutti elementi che fanno parte di ciò che siamo davvero, rispetto a quello che crediamo di essere quando ci vediamo in uno specchio. Noi non siamo i nostri lavori, i nostri tagli di capelli, i nostri vestiti, ma quella forza misteriosa animata dall’amore. Noi siamo qualcosa oltre i confini di quello che vediamo.

Il film inizia in un monastero Zen…
E’ uno dei suggerimenti che ho dato quando abbiamo iniziato a leggere la sceneggiatura. Anche se quella di Hachiko non è necessariamente una storia buddista, mi interessava potere creare una connessione diretta con quanto è accaduto davvero in Giappone. Per me era come costruire intorno alla trama un bozzolo spirituale, un orizzonte spirituale più vasto. Questo, però, non significa che anche altri film che ho interpretato non fossero animati da un’analoga volontà di raccontare una storia che avesse dei valori spirituali anche se, forse, in maniera meno evidente.

Cosa ha significato recitare da solo con un cane?
E’ stata un’esperienza molto interessante, perché Hachiko è una storia d’amore. Potremmo parlare di amicizia, ma è una storia d’amore nel senso più profondo di questa definizione. Trascende il genere e le specie e riguarda il nostro essere più profondo. In questo senso abbiamo operato una scelta molto cosciente nel non addestrare i cani a 'recitare'. Abbiamo creato un ambiente confortevole per i cani e abbiamo girato in digitale così da non avere problemi di durata della pellicola. Così facendo abbiamo consentito che qualcosa di magico accadesse sul set. Alle volte le cose hanno funzionato, altre per niente, ma il risultato è che, alla fine, quello che si vede è veritiero.

E’ stato difficile…
Sì, ma al tempo stesso quello che ottieni è davvero ‘magico’ e non 'artificioso'. Anni fa ho lavorato con Robert Altman ne Il Dottor T e le Donne. Ho visto che otteneva dai bambini sul set un’interpretazione molto spontanea e piacevole. Gli ho chiesto come facesse e lui mi ha risposto: “E’ semplice. Non dire loro quello che devono fare.” Noi siamo stati molto fortunati a ‘catturare’ quello che si vede nel nostro film. Qualcosa di molto difficile da definire che, però, mi sembra molto evidente e tangibile nel film.

Qual è il suo rapporto con i cani?
Ho una foto del 1950: avevo meno di un anno e non camminavo ancora e, al mio fianco, c’era il nostro cocker spaniel di nome Chipper. Oggi, con mio figlio e mia moglie, abbiamo una cagnetta di nome Billie in onore di Billie Holliday. Una delle ragioni per cui ho accettato questo film è che ho un legame speciale con questi animali e con quest’ultima cagnolina in particolare. In un certo senso è come se avessi voluto girare questo film per mio figlio e per il mio cane. Il regno animale non è un posto semplice: ci sono molte paure, l’angoscia per la sopravvivenza, per il cibo, per trovarsi un posto caldo. Potenzialmente il mondo di noi umani è molto più sicuro. Sicuramente abbiamo meno paura di quanto ne abbiano gli animali di lasciare le loro case. Noi uomini viviamo in un posto meraviglioso grazie all’intelligenza che ci deriva dai nostri cervelli più sviluppati ci poniamo domande riguardo all’esistenza nei cui confronti gli animali non hanno alcuna preoccupazione. Al tempo stesso anche noi proviamo sofferenze e dolori che ci spingono, però, a superare queste difficoltà. Essere umani è un’incarnazione straordinaria che porta con sé, a differenza dei cani, delle grandissime responsabilità. In questo senso per me è stata una scelta interessante interpretare un film destinato ai bambini che solo gli adulti possono capire fino in fondo e apprezzare.

Lei ha compiuto sessant’anni lo scorso agosto: come guarda, oggi, al mondo?
Sono sempre stato convinto che il meglio della vita ti arriva solo se sei un ottimista. La realtà della nostra vita continua a ripeterci quanto tutti noi siamo interconnessi. E’ un qualcosa che non possiamo evitare e la realtà del nostro legame è qualcosa che non possiamo rinnegare. L’unico modo per sopravvivere è comprendere questa connessione e proteggerci gli uni con gli altri. L’America, fino ad oggi, ha sfruttato il resto del mondo, ma se Obama riuscirà a cambiarci e far riemergere la buona volontà cui abbiamo sempre aspirato, allora, credo che cose straordinarie potranno davvero capitare. Resto ottimista: quando vedo come viene accolto il Dalai Lama in tutto il pianeta, a parte la Cina, allora, sono convinto che il nostro piccolo pianeta – villaggio potrà funzionare al meglio.  Penso che noi ci stiamo tutti muovendo verso la vita e la verità.

Parliamo del Dalai Lama?
Ha avuto un’influenza enorme sulla mia vita anche se ero buddista già prima di conoscerlo, avendo studiato con dei maestri giapponesi. Il Dalai Lama ha non solo interiorizzato i principi di saggezza e compassione fondanti il buddismo, ma è diventato essi. Quando conosci un uomo capace di trasformarsi in un essere del genere, sai che quello è l’obiettivo che vorresti raggiungere, perché scopri che sia possibile arrivarci. La sua amicizia ti fa sentire di avere queste possibilità. Ogni giorno prego affinché la mia mente sia libera e possa funzionare in maniera trasparente per arrivare a conoscere la verità. Ci vuole coraggio per affrontare questo processo. Tutti quanti noi siamo, infatti, pieni di ‘schifezze’ di cui ci dobbiamo liberare. Una persona come il Dalai Lama è come uno specchio. I monaci tibetani sono così chiari che riflettono tutto quello che sei e che non ti piace di te stesso. Se vuoi cambiare la tua speranza è solo quella di trovarti in mezzo a persone sempre in grado di riflettere l’immagine di quello che sei davvero. E non è facile vedere la propria mente per quello che è. Ci vuole molto coraggio per trovare la propria libertà.

Quanto?
Quanto quello che hanno avuto Gandhi, Gesù, Buddha, il Dalai Lama: esseri in grado di guardare con profondità nella propria mente e nel proprio cuore ignorando ogni residuo di auto compiacenza e negandosi ogni forma di indulgenza. Questo è un grande coraggio che io non ho. Ne ho un po’, ma non così tanto da essere come loro e non credo che ne avrò mai.

Come attore non si sente in qualche maniera limitato dal suo lavoro a Hollywood che notoriamente non è un luogo molto religioso?
Assolutamente no. Io credo che avere a che fare quasi quotidianamente con i peggiori aspetti della realtà sia un ottimo modo per conoscere se stessi ed il mondo. Infatti, anche il nostro peggior nemico può diventare il migliore maestro. Vede, il lavoro di miglioramento è un’occupazione della mente. Ogni giorno, da quando avevo ventiquattro anni, per almeno quarantacinque minuti mi concentro in meditazione e tento così di limitare la mia ignoranza, aumentando la quantità di bene e di amore che è dentro di me. Forse per il fatto che io sono un attore e gli attori fanno cose che nella scala dei valori spirituali stanno molto in basso, la gente non si aspetta molto da me...eppure questo è un po’ come la storia di Milarepa che rinchiuso nella sua caverna con un gessetto nero segnava sulle pareti i pensieri negativi e con uno bianco quelli positivi. I primi giorni la caverna era interamente nera, ma dopo un po’ divenne completamente bianca. Per un buddista stare a Hollywood o nella caverna di Milarepa è esattamente la stessa cosa. Forse vivere nella caverna è ancora più difficile perché lì non si può conoscere la realtà che ci circonda e affrontandola, superarla. Del resto la stessa idea di cinema è profondamente connaturata all’esplorazione della mente e del cuore degli uomini.

A proposito di Giappone cosa le è rimasto dell’incontro con Akira Kurosawa?
Avevo seguito una retrospettiva a New York dei suoi film in versione restaurata e, in quell’occasione, avevo incontrato suo figlio. E’ stato lui a presentarmelo qualche tempo dopo e mi sono trovato dinanzi ad un uomo di così grande carisma, da sentirmi più basso e intimidito, mentre in realtà avevamo tutti e due la stessa altezza. Mi trovavo dinanzi ad un gigante: quando sei a contatto con tanto talento e genio, non puoi sentirti a tuo agio. Ti sembra di avere a che fare con un leone enorme. Kurosawa era così.

Lei ha due figli: come si pone nei loro confronti?
Vivere è una cosa molto difficile da imparare a fare, io sono sempre al loro fianco durante il processo di crescita che, ovviamente, è tutt’altro che semplice. Non ho una risposta precisa se non questa: ‘sto ancora imparando’...

Scritto da Marco Spagnoli
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