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Intervista a Riccardo Tozzi, Presidente dell’ANICA e di Cattleya

Attualità, Interviste, Trade

23/03/2012

“Non ci sono dubbi che Marco Muller fosse un professionista di grande valore, assolutamente degno di prendere le redini di un Festival che speriamo possa diventare sempre più importante come quello di Roma.” Il presidente dell’ANICA e di Cattleya Riccardo Tozzi è sensibilmente soddisfatto della nomina di Muller a Direttore del Festival di Roma. Anche Tozzi chiude ogni spazio ad ogni ulteriore polemica, insistendo sul fatto che la scelta del consiglio di amministrazione ha impedito il rischio concreto che il Festival stesso entrasse in crisi a causa della sua ingovernabilità. “Si è scatenata una singolare ‘guerra civile’ su tale questione che, invece, rientrava in canoni abbastanza ‘classici’.” Osserva Tozzi “Alla scadenza di un mandato si decide se rinnovare o meno il rapporto con la persona in questione. Così, Muller era scaduto a Venezia e Piera Detassis era scaduta a Roma. L’importante è che questi ruoli siano stati occupati da persone dello stesso valore dei loro predecessori. Adesso, tutto deve rientrare nei parametri di assoluta normalità.”

Sulla carta il progetto di Muller, per quello che se ne sa al momento, vi convince?
Si può e si deve ragionare sulle date migliori: la ricerca di date giuste è un problema che ha toccato il Festival di Roma sin dal suo inizio: cambiare queste date non va considerato come la ‘rottura delle tavole della legge’. Non ci sarebbe nel caso alcun “sacrilegio”. Bisogna, però, che questa decisione venga concordata con l’Auditorium Parco della Musica e coordinata con gli altri due grandi Festival italiani. Noi vogliamo un sistema di Festival che funzioni nell’insieme. In questo senso all’Anica stiamo costituendo un punto di raccordo e di discussione sull’ottimizzazione dei Festival italiani. Vogliamo lavorare in questa direzione di coordinamento.  Per il resto è evidente che Roma è rimasta da sempre ‘orfana’ di Massenzio: che il Festival possa dare nuova linfa a questa tradizione è un qualcosa che farebbe felice qualsiasi cinefilo. Così come la possibilità, in coordinamento con la Casa del Cinema, di creare a Roma una Cinemateque che qui manca. Riuscire a creare un’intesa tra la Festa di Roma, la Casa del Cinema e una sorta di “Cineteca diffusa” utilizzando strutture non in uso può essere molto interessante. Il Festival deve farsi portatore nella città della capacità di costituire momenti importanti attraverso una serie di attività permanenti.

Parliamo del mercato: qual è la sua analisi del primo trimestre 2012?
L’Italia continua ad essere un paese che non ha un numero adeguato di schermi e dove, per quello che riguarda il cinema italiano, la stagione dura sette mesi e non dodici. Nei centri urbani manca la qualità delle sale e non dal punto di vista tecnico, ma del confort. Aumenta il numero di film italiani che aspirano ad una posizione larga e di vocazione commerciale. Con la crisi è diminuito il numero di spettatori. Tutti questi fattori portano ad una situazione dove i film italiani escono uno sopra l’altro, si ‘cannibalizzano’ e fanno meno di quello che potrebbero fare.  I film medi arrivano appena alla visibilità, mentre quelli piccoli svaniscono rapidamente senza che nessuno si sia accorto della loro apparizione. Una situazione che, alla fine, pesa sulle scelte di produzione.

Al tempo stesso questa stagionalità impedisce la distribuzione di titoli italiani in estate…
E’ vero, ma lo dico ai produttori, a partire da me stesso, dobbiamo vincere questa situazione con dei film commerciali in estate. E’ un discorso da riprendere quanto prima dopo gli esperimenti di Medusa che, però, nessuno ha seguito.

Con l’evidente crisi del prodotto americano, il cinema italiano, però, sembrerebbe non riuscire a reggere la pressione di un intero mercato…
Dobbiamo fare un’analisi corretta della situazione in cui ci troviamo: quando vediamo film come Midnight in Paris e Quasi Amici ottenere certi risultati sembra che il pubblico ci stia mandando un messaggio. C’è, infatti, bisogno di un cinema popolare, ma anche di qualità. La produzione italiana, in questo momento, è polarizzata tra una produzione commerciale francamente ‘troppo semplice’ e un cinema d’autore francamente troppo complicato. Abbiamo perso quella via di mezzo che è stata la chiave del rilancio del cinema italiano caratterizzando titoli come Matrimoni, L’Ultimo Bacio, Pane e Tulipani, Le Fate Ignoranti e Radiofreccia. Produzioni che a cavallo del millennio erano titoli inattesi, perché sebbene di qualità erano destinati ad un pubblico vasto. Una strada importante che, per colpa della radicalizzazione degli autori, si è un po’ persa nel corso degli anni. La commedia è diventata troppo facile rispetto a quello che accade in Francia. Oggi noi siamo un passo indietro rispetto a loro. Rispetto ad alcuni film siamo andati un po’ troppo per le spicce e questa situazione va recuperata quanto prima. Dobbiamo cercare una maggiore qualità. Se si polarizza l’offerta tra cinema facile e difficile noi rischiamo di perdere il pubblico che poi premia, invece, eventi come il film di Woody Allen.

In questo senso l’esperimento di ACAB legato al cinema di genere può ritenersi un successo…
Abbiamo avuto la sfortuna di uscire durante il week end della neve in tutta Italia e abbiamo perso la possibilità di raggiungere i quattro milioni di incasso che costituiscono, certamente, la dimensione del valore di quella pellicola. Un’opera prima di grande qualità che si è giovata di un lavoro fatto molto bene.

Considera un segnale importante l’uscita di due film di ispirazione civile come Romanzo di una strage e Diaz prodotti dalle due major della produzione italiana Cattleya e Fandango?
Non c’è dubbio che si tratti di due film opera di due case di produzione coraggiose. Sono pellicole al di fuori di questi tempi che andranno valutate con grande attenzione per i loro risultati economici e culturali, per l’impatto che avranno sul pubblico italiano e l’eventuale praticabilità di questo cinema anche in futuro. In comune i due film hanno un utilizzo “del genere” per raccontare storie importanti e impegnate da parte di due autori. E’ una scelta giusta per coinvolgere emotivamente il pubblico che speriamo “paghi”. Gli spettatori cercano emozioni che questo tipo di cinema può restituire. Noi dobbiamo fare film complessi, che utilizzano un linguaggio tale in grado di farli arrivare al pubblico giusto. Negli ultimi tempi questo non è accaduto sempre, ma noi dobbiamo recuperare la dimensione che gli Americani chiamano ‘crossover arthouse’. Una sorta di ‘grande centro cinematografico’ in cui il cinema degli autori è comunque orientato verso il pubblico. Un fenomeno importante che è osteggiato e detestato dalla critica italiana.  Il cinema di qualità popolare risulta scomodo, perché dà noia andando oltre gli schematismi del commerciale che incassa e della qualità che non fa una lira. Il timore è che nel 2012 il pubblico per i film italiani non aumenterà, ma si arresterà, pur non andando in flessione. Resteremo sulla quarantina di milioni di biglietti venduti. O ricominciamo a progettare le nostre produzioni in termini di originalità e di qualità oppure rischiamo un’involuzione di mercato.

E’ possibile diversificare l’offerta?
Sì, a patto, però, di risolvere quei problemi di circuito e di stagionalità cui accennavamo prima. In più vanno ripensati i metodi di sfruttamento. Non tutti i film vanno pensati per la sala. Il sistema deve diventare flessibile e sfruttare di più il video on demand. Ogni film deve avere la sua catena di diritti e di sfruttamento. Le window vanno mantenute per alcuni titoli e non per altri per i quali si rivelano disastrosi. Dobbiamo, ad esempio, essere liberi di pensare ad anteprime video on demand per Sky. Va costruito un sistema alternativo di sfruttamento per certi film. Non si può distribuire un film come accadeva vent’anni fa. Bisogna ripensare tutto e cercare lo sfruttamento migliore per ogni titolo.

Qual è il line up di Cattleya?
Stiamo girando La bella addormentata di Marco Bellocchio. A giugno gireremo il film di Alessandro Siani seguito dai nuovi lavori di Daniele Luchetti e di Luca Miniero. Quest’ultimo è una commedia sullo stile di Terapia e Pallottole. A seguire arriverà la pellicola di Francesco Amato che avrà come protagonista una coppia comica molto importante. Attualmente stiamo terminando il montaggio di Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores distribuito da 01.

Scritto da Marco Spagnoli
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