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Intervista a Paolo Virzì per La prima cosa bella

Attualità, Interviste

12/01/2010

Son tutte belle le mamme del mondo
Paolo Virzì uno dei migliori registi della commedia all’italiana ritorna nella sua Livorno, a distanza di tredici anni, per raccontare dell’amore di una madre particolare, dei suoi due figli che non la capiscono e di una provincia che la giudica. La prima cosa bella uscirà il 15 gennaio distribuito da Medusa Film. Ne abbiamo parlato con il regista.

Paolo Virzì intanto ci dice qual è stata la sua prima cosa bella?
Dire quale è stata la prima cosa bella per me nella vita è troppo difficile, non saprei. Allora giro la domanda sul film dicendo che ho scelto questo titolo perché nel 1971 Nicola Di Bari e I Ricchi e Poveri cantarono questa canzone a Sanremo, dato che allora si facevano le accoppiate, ed è anche l’anno in cui inizia la nostra storia. Soprattutto è la canzoncina che questa mamma Anna Nigiotti in Michelucci canta sempre ai suoi due figlioli per rincuorarli, nei momenti più delicati delle loro vicissitudini. Poi è stato scelto come titolo perché questa frase sembra nascondere anche un secondo significato ovvero che la prima cosa bella della vita, per il nostro protagonista, un primogenito maschio sia il sorriso giovane di sua madre.

Il film parla dell’amore materno e degli affetti famigliari, ripercorre le avventure di una famiglia livornese negli anni settanta. Che cosa ci può anticipare di più?
In particolare parla dell’amore un po’ complicato fra una mamma un po’ particolare, allegra, frivola, svitata, coraggiosa, sciagurata e bellissima che però, vivendo in una provincia, suscita anche tanti malintesi, malizie, cattiverie che faranno molto male ai due figli crescendo. Bruno e Valeria soffrono di come è vista sua madre dalla gente del posto tanto che il film ha una cronologia progressiva e quando i due ragazzi, soprattutto il maschio, ritorna a casa ai giorni nostri si trova a fare i conti con quel passato. Anche perché la madre da giovane era stata cacciata di casa dal marito a causa di una folle gelosia. Quando Bruno (Valerio Mastandrea), che è un professore di liceo a Milano ed è scappato dal paese anni fa, convinto dalla sorella (Claudia Pandolfi), torna perché la madre è malata, e si trova davanti ad un imminente commiato, ritrova una donna che, nonostante la sua situazione è ancora vitalissima e per niente intenzionata non solo a morire ma nemmeno a rassegnarsi alla vecchiaia. E questo ritorno diventa un viaggio a ritroso nei ricordi del passato che, il protagonista, aveva voluto a tutti i costi dimenticare. Questo evento ricompone i fili della storia famigliare, in oltre trent’anni, e da tanti furori del passato si giunge ad una struggente riconciliazione.

Era il 1996 quando girò Ovosodo, poi se non sbagliamo, non ha più ambientato film nella sua città. Perché e che importanza ha per lei Livorno? Dato che sappiamo che è un elemento fondamentale della sua vita e della sua personalità… Lei ha citato Pavese, parlando di Livorno, della provincia: “Un paese ci vuole…  non fosse altro per il gusto di andarsene via”.
E’ vero è da tanto che non giravo proprio a Livorno, città che per me è una benzina, è un nutrimento di ispirazione potentissimo dato che è un teatrino di personaggi eccezionali, incredibili anche ingombranti. Livorno è un posto che mi ha fatto patire, dal quale me ne sono andato giovane, ho cercato anche di scappare ma non ci riesco. Anzi, questo film è un mio ritorno a casa, proprio come il personaggio di Bruno.

Ha detto che questo non è un ‘amarcord’ ma una storia che parla di risentimenti, di antiche rabbie ma soprattutto di conciliazioni... Ci sono elementi autobiografici, ricordi?
Non è un ‘amarcord’ perché solo a pensare ad un accostamento con Fellini mi vengono i brividi. Ma non lo è perché non è un film sulla nostalgia. E’ una autobiografia truccata perché ci sono sì dei pezzi del mio vissuto ma è una storia completamente inventata. Inoltre il centro del racconto è il tirare le somme adesso, quindi è il contrario di un amarcord. E’ un bilancio prima di tutto per i personaggi che raccontiamo, poi dato che dentro ognuno di loro c’è un po’ anche di me, è anche un bilancio mio personale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefania Sandrelli e Micaela Ramazzotti. La prima una grandissima attrice,  uno dei simboli del cinema italiano e nel mondo, la seconda una giovane attrice che sta facendo strada. Oltre ad essere sua moglie e presto madre, questo lo diciamo perché magari con la storia ha una sua attinenza. Cosa hanno in comune?
Il personaggio di Anna ha dei debiti di ispirazione verso quello che è stata Stefania Sandrelli per il cinema italiano. Questa ragazza bellissima della provincia toscana che accende passioni e che suscita anche qualche fraintendimento. Penso soprattutto a Io la conoscevo bene e a C’eravamo tanti amati. Quello che hanno in comune, a mio avviso, è lo spirito. Trovo che Micaela abbia in comune con Stefania una grazia innocente, un certo candore, una disponibilità verso gli altri e la vita, un essere sexy ma anche buffa, un entusiasmo vitale da bambina… tutte caratteristiche tipiche della Sandrelli che io ho rivisto anche nella Ramazzotti.

Ci parla di Marco Risi che nel film interpreta suo padre Dino sul set di un film? Un omaggio alla commedia all’italiana che lei tanto ama e che lei sa fare, oggi, così bene.
Questa mamma così curiosa finisce anche a fare la figurante in un film di Dino Risi che giravano da quelle parti in quegli anni, La moglie del prete con Marcello Mastroianni e Sofia Loren, e così in maniera affettuosa e scherzosa abbiamo omaggiato un grande del nostro cinema. E suo figlio mi è sembrata la scelta ideale per interpretarlo.

La prima cosa bella è stato scritto con i suoi sceneggiatori di fiducia Francesco Bruni e Francesco Piccolo, prodotto dalla sua Motorino Amaranto insieme ad Indiana Production e Medusa, che distribuisce anche il film. Le dà da fare uscire lo stesso giorno di Avatar?
Certo la battaglia è impari ma noi sfidiamo il 3D con le numerose dimensioni dei sentimenti e degli affetti.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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