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Intervista a Leonardo Di Costanzo regista di L’intervallo

Attualità, Interviste, Personaggi

04/09/2012

(Venezia) Film italiano presente nella sezione Orizzonti e che oltre ad essere in concorso per questa sezione del Festival, il cui Presidente è Pierfrancesco Favino, L’intervallo concorre anche per il Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, dato che è il debutto del regista nel lungometraggio. Leonardo Di Costanzo ha già realizzato vari documentari ma è la prima volta che si cimenta con un film di finzione. Un film italiano veramente fuori dagli schemi, parlato in napoletano stretto, con protagonisti un ragazzo ed una ragazza di 17 e 15 anni alla loro prima esperienza. Tutto girato in un unico luogo per raccontare una storia che ha a che fare – solo come spunto con la camorra – ma che è incentrato su questi due protagonisti dove uno deve sorvegliare l’altra in un racconto d’amore spezzato, di poesia calpestata, per narrare le difficoltà di essere adolescenti nella periferia violenta di una metropoli contemporanea.

L’intervallo uscirà nei nostri cinema il 14 settembre distribuito dall’Istituto Luce.

Di Costanzo partiamo dal luogo dove avete girato, così suggestivo, nella sua completa decadenza e abbandono… “Si tratta dell’Ospedale Leonardo Bianchi, ex ospedale psichiatrico vicino all’aeroporto di Napoli e ci è sembrato da subito uno spazio adatto alla storia. Entrandoci, le storie vissute lì erano ancora presenti nelle mura e nei corridoi, abbiamo lavorato di sottrazione, ci siamo chiesti se andava bene dato che in sceneggiatura era un collegio”.

La camorra ha a che fare con la storia ma L’intervallo non è un film sulla camorra… “Quando si ambienta una storia a Napoli non puoi non incontrare la camorra ma, è vero, questo non è un film sulla camorra che esiste, si sente ma la si sfiora. Anche perché il nostro film non è una storia vera, è una storia possibile, che potrebbe accadere. La cronaca ti viene in aiuto perché succede che un ragazzo viene massacrato, o tenuto prigioniero, ma succede anche altrove, anche a Parigi. Il film poteva essere girato ovunque, l’idea semmai era di raccontare una mentalità camorristica, che poi determina alcuni eventi. Stare dentro i personaggi, filmare l’immaginario, questo era l’obiettivo fin dall’inizio”.

Veronica e Salvatore esplorano la loro prigione, questo luogo pauroso ma anche pieno di mistero, e, in qualche modo accogliente, suggestivo, e non tentano mai di fuggire. Lei, in particolare, che è la prigioniera. Perché? “Per fuggire dove? Non c’è fuga possibile, bisogna affrontare problemi e conflitti. Veronica è una ragazza che tende alla ribellione, non subisce passivamente le imposizioni del quartiere e del gruppo, risponde alle minacce, non è timorosa. Salvatore, invece, è diverso, i due personaggi rappresentano ciò che siamo, il tentativo di ribellione da una parte e il lasciar perdere dall’altra. Una dicotomia che ognuno di noi vive, a livelli diversi, ogni giorno nella nostra quotidianità”.

Da dove viene il titolo, che intervallo è quello che voi rappresentate, per questi due adolescenti? “Un periodo che gli viene ‘concesso’ per sfuggire da un potere oppressivo. Come si relazionano le persone di fronte alla prepotenza della camorra? In modi diversi. Ma i ragazzi ci riescono con risorse che hanno dentro di loro, con il sogno e l’immaginazione. Gli adolescenti sono le prime vittime di una società mafiosa, patriarcale e repressiva, di cui non hanno responsabilità”.

Leonardo Di Costanzo lei viene da una esperienza di documentari come si è relazionato con la fiction? “Ho lasciato molto spazio all’improvvisazione durante le riprese, anche perché avevo un direttore della fotografia come Luca Bigazzi, così esperto che mi rassicurava in ogni momento tanto che mi sono sentito sicuro ed appoggiato in questa mia scelta. Mentre con Francesca Riso e Alessio Gallo che sono Veronica e Salvatore abbiamo provato per un mese e mezzo prima di girare, proprio come se fosse una pièce teatrale. Volevo che nel momento in cui partivano le riprese loro avessero già un’idea piuttosto chiara di chi erano i loro personaggi e di come si sarebbero evoluti. Temevo che questo approccio di tipo teatrale potesse un po’ uccidere la spontaneità delle loro interpretazioni ma, al contrario, l’avere provato prima li ha resi ancora più sicuri e mi sembra che il risultato sia estremamente realistico ed accattivante”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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