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Intervista a Federico Zampaglione regista di Shadow - L’Ombra

Attualità, Interviste

13/05/2010

Secondo film da regista per il cantante dei Tiromancino, questa volta siamo nel genere horror puro con un film decisamente riuscito. Ne abbiamo parlato con l’autore e per gli amanti del genere e per chi vuole vedere una produzione davvero personale e coraggiosa, appuntamento al cinema dal 14 maggio con Shadow - L'Ombra.

Federico Zampaglione anche in Nero Bifamiliare c’erano degli aspetti inquietanti nella storia ma con Shadow siamo nel puro horror. Lei ha sempre nutrito un amore per questo genere? Sì io sono da sempre, direi dall’età di sei anni appassionato di cinema horror e in generale di cinema di genere, quindi nel mio background c’è tutto il cinema di Dario Argento, di Mario Bava, di Lucio Fulci, Deodato, Lenzi… insomma sono cresciuto amando questo genere e poi soffrendo moltissimo della sua scomparsa. Perché ad un certo punto sembrava impossibile produrre in Italia, girare e fare uscire film di questo tipo. Quindi riuscire a realizzare Shadow è stato per me anche come scrivere una lettera d’amore nei confronti del genere che covavo da tanto tempo. Effettivamente è vero anche nel mio primo film, Nero Bifamiliare, c’erano degli accenni dark che si potevano comprendere già dal titolo. Però diciamo che lì eravamo più sul versante commedia nera seppur con qualche momento un po’ inquietante ma in realtà il mio cuore batte horror e appena ho avuto la possibilità ho coronato il mio sogno. Fondamentalmente ho fatto una pellicola da appassionato per gli appassionati. 

Il film è stato girato in inglese con attori molto bravi e poco conosciuti e con un taglio poco italiano. Perché questo tipo di scelta? Volevo varcare i confini italiani anche perché il cinema di genere italiano ha un grandissimo seguito all’estero e mi sono reso conto con questo film che mi ha portato in giro per i Festival di tutto il mondo di quanto un buon horror italiano sia veramente apprezzato, sostenuto, tanto che lo stanno comprando un po’ dappertutto. Quindi non voglio dire che è semplice vendere un film del genere ma sicuramente un prodotto italiano con taglio internazionale è sempre ben accetto nel mercato cinematografico. Questo perché abbiamo una grandissima tradizione, molta credibilità che arriva dal passato e io volevo ispirarmi a come hanno lavorato quelli che io ho sempre considerato dei maestri - i nomi citati prima - con un film che fosse fatto da una troupe italiana e da mezzi italiani però non volevo che subisse l’embargo di rimanere poi incatenato solo al mercato italiano ma che fosse esportabile e visibile un po’ ovunque. Ed è effettivamente quello che è successo.

La bellezza del film è che all’inizio sembra un horror realistico. Due ragazzi inseguiti da due squilibrati che li vogliono uccidere. In realtà poi è tutt’altro è una favola nera, un horror trasognato con tanto di mistero e metafore… Volevo rompere i meccanismi narrativi classici dove in molti horror c’è una situazione che nei primi cinque minuti si crea a poi viene sviluppata quella, però a volte si rischia molto di scadere nel prevedibile. Io ho tentato di creare un film che in realtà non sai mai fino alla fine dove ti porta, una storia dalla quale non sai cosa aspettarti, prendere derive che improvvisamente sovvertono l’andatura stessa della storia e ti portano con un colpo di coda da un’altra parte. Quello che avete messo in evidenza ovvero che il film sia imprevedibile è stata assolutamente una ricerca molto voluta, cercata, ed è uno degli aspetti del film che mi piace di più, questo suo essere continuamente mutevole.

Lei ha scritto come frase di lancio del film “La realtà può essere più malata degli incubi”. Cosa intendeva? Sì perché viviamo in una società dove non c’è bisogno di immaginarsi mostri, esseri malvagi cercando di andare lontano con la fantasia, basta aprire un giornale e leggere la cronaca per rendersi conto che con l’orrore ci viviamo quotidianamente. E mi capita di leggere delle cose e pensare: “Non può essere questo fatto nemmeno nel peggiore film horror l’avrebbero messo e, invece, è successo”. Questa era la mia ispirazione anche perché Shadow ha come sottotesto quello degli orrori della guerra, pur non essendo per niente un film con un immaginario di guerra, ma si porta dietro talmente tanti messaggi legati ai conflitti in atto che ti fanno capire che l’uomo è capace di cose ben peggiori di quelle che vediamo nei film horror.

Infatti nel film proviamo tutto l’orrore per quello che avviene in Iraq ma con due flashback, dato che il protagonista ha fatto il militare in quel Paese… Quello che volevo raccontare è quello che rimane di quell’esperienza dentro il protagonista. Lui cerca di scappare da quei ricordi, lo fa in ogni modo, in fondo è un biker che è in quel pauroso e splendido bosco ci va per vacanza, per prendersi un momento per lui e per la sua passione nell’esplorazione di luoghi spostandosi con la bicicletta. Però purtroppo certe cose non ti lasciano più andare, ti vengono a cercare, ti inseguono, e ti riportano lì esattamente dove non volevi essere. E quindi è un film anche su ciò che ti rimane dentro sia in termini fisici, che in termini mentali.

Lei è musicista e nei film horror in particolare la musica e soprattutto i suoni sono fondamentali. In Shadow entrambe le cose sono effettivamente molto curate. Come ci ha lavorato? Le musiche le ha curate mio fratello Francesco con questo nuovo progetto di cui anche io faccio parte che si chiama: The Alvarius. Io però mi sono limitato a suonare qualche accordo e a supervisionare il tutto, la colonna sonora è a cura di Francesco Zampaglione. E penso che musicalmente abbiamo fatto un grandissimo lavoro, abbiamo preso anche una nomination all’Orvieto Fantasy Horror - che è alla sua prima edizione - sia per le musiche che per la sceneggiatura. Abbiamo dato anche moltissimo peso all’aspetto sonoro, sia da un punto di vista musicale che dal punto di vista dei rumori, suoni, e di tutti quegli aspetti che si piazzano in una via di mezzo tra musica e rumore dell’ambiente, lavorando sul concetto che la musica che senti tu (in quanto realizzatore) deve dare l’effetto che non sai se la stanno sentendo anche gli attori. Abbiamo  cercato di creare delle atmosfere sottostanti che a volte si insinuano non sono così chiare, non si manifestano mai in modo palese come musica ma magari sono frequenze, suoni molto bassi, evocazioni che ti inquietano e ti entrano dentro. Ti trascinano dentro questa atmosfera sempre più malata, claustrofobica che il film ha.

Un’altra presenza fondamentale è la natura. Il bosco, gli animali… Avete trovato un posto dall’aspetto tanto magnifico quanto terrificante… E’ vero ci sono tanti animali non me ne ricordavo. Invece per quanto riguarda il bosco quello è un posto unico, è il bosco di Tarvisio, in Friuli ai confini con l’Austria ed è proprio una zona di mezzo dato che confina anche con la Slovenia e si respira un’aria un po’ straniante, di non appartenenza tipica dei luoghi di confine. Si parlano diverse lingue, c’è uno strano e inquietante silenzio che sovrasta queste montagne, poi appare un lago, c’era pochissima gente in giro ed erano persone molto chiuse per i fatti loro. Sicuramente il luogo ci ha ben ispirato per la storia, ci ha dato una bella mano ad ottenere quello che volevamo. E’ un luogo che mi ha fatto pensare che in Italia abbiamo delle location incredibili. Pensate che noi volevamo girare in Canada proprio perché non conoscevamo quella zona, poi quando ce l’hanno segnalata l’abbiamo immediatamente trovata perfetta. Erano anche molto più belli quei posti di quelli canadesi, c’è una vegetazione sicuramente più ricca, meno brulla ed è straordinario scoprire - lavorando - che il nostro Paese è pieno di tante piacevoli sorprese. Perché Tarvisio è proprio Italia, nonostante sia al confine, il territorio è italiano.

C’è anche l’uso del Super 8, immagini in bianco e nero che rimandano a epoche passate, che usa un personaggio chiave - non possiamo svelare troppo essendo un horror - durante alcune sue pratiche piuttosto orribili. A cosa voleva far pensare con l’inserimento di questa antica tecnica, sempre molto efficace però… Volevo far pensare agli orrori del passato. Perché il ragazzo è giovane ed è stato in Iraq ma non c’è stata solo questa nella storia dell’umanità di conflitti. Anzi ce ne sono in atto tante di guerre, magari meno pubblicizzate, ma altrettanto orrende. Quindi le immagini in Super 8 rimandano ad un passato crudele, ferale, ci sono anche dentro spezzoni di film di Leni Riefenstahl.

C’è anche la canzone ‘Vieni c’è una strada nel bosco…’ Sì è l’unico elemento veramente italiano del film perché secondo me è un pezzo che pur essendo molto melodico, apparentemente tranquillo, poi messo nel contesto ‘sbagliato’ può diventare molto, molto inquietante.

Oltre ai riferimenti al cinema horror italiano ci abbiamo visto anche riferimenti a classici come Non aprite quella porta o alla serie tv Lost. E’ d’accordo? Assolutamente sì. Alla fine il consumatore di horror, l’appassionato, è una sorta di centrifuga per cui dato che io vedo tutto quello che ha a che fare con l’horror ma anche il noir, il thriller, alla fine mi rimane tutto dentro e quando lavori emergono visioni alle quali non avevi pensato in fase di preparazione del film. Quindi ci sono tante piccole influenze e per Shadow indubbiamente c’è Lost, come ci sono tante atmosfere legate ai film di David Lynch… L’horror è un genere molto visivo e questa per me è la cosa più bella quindi sono tante le immagini che ti rimangono nella mente come succede a tutti quando sei veramente appassionato e quando poi fai un film tuo saltano fuori riferimenti a grandi classici, vedi Non aprite quella porta o Un tranquillo weekend di paura. Sì, sono tutte suggestioni che sono presenti nel film.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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