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Inquietante debutto nella regia di Alessandro Gassman: Razzabastarda!

Attualità, Interviste, Personaggi

15/04/2013

“Conosco una sola razza, quella umana” Albert Einstein.

E’ un film davvero inquietante, fortissimo, estremo, iperrealistico il debutto nella regia cinematografica di Alessandro Gassman, Razzabastarda, con eccellenti attori – soprattutto di teatro – e alcuni al suo debutto… una storia in bianco e nero, sempre sopra le righe - per una scelta stilistica ben precisa – di difficoltoso impatto emotivo per lo spettatore per la drammaticità delle esistenze che racconta. Un film che vi consigliamo senza alcun indugio per una forma e un contenuto che non potrà che inviarvi una scarica elettrica che fa molto male al cuore, ma che non si può ignorare.

Il tutto parte dal teatro. Andando alle origini Alessandro Gassman, grande ammiratore di Robert De Niro, anni fa vide che il grande attore americano aveva portato nei teatri americani una pièce, dal titolo “Cuba and his Teddy Bear” di uno scrittore giovane di origini cubane e russe di nome Reinaldo Povod (morto qualche anno dopo per overdose). Rimasto impressionato dalla storia raccontata Gassman l’ha fatta sua e l’ha portato in moltissimi teatri italiani con il titolo: “Roman e il suo cucciolo”, ottenendo una straordinario successo di pubblico e di critica. A quel punto l’ultimo passaggio, la realizzazione del suo sogno era fare arrivare questi personaggi al cinema, e c’è l’ha fatta - e anche molto bene - con Razzabastarda dal 18 aprile nelle sale, distribuito da Moviemax.

Roman (Alessandro Gassman) è un rumeno, con una parte di sangue Rom, arrivato in Italia trent’anni fa. La sua esistenza non è riuscita a districarsi dai giri dello spaccio di cocaina e dagli ambienti della piccola delinquenza. Ma Roman ha un sogno a cui non è disposto a rinunciare per niente al mondo: dare a suo figlio Nico (lo straordinario, giovanissimo attore ancora non conosciuto nel cinema Giovanni Anzaldo), che ha allevato senza madre, un’esistenza migliore. Ma può davvero un ragazzo che ha respirato fin dal suo primo vagito quell’ambiente e quelle dinamiche desiderare di essere qualcosa di diverso?

Gassman non deve essere stato facile con una storia di questo tipo, la sua scelta stilistica, oltre al bianco e nero anche questo iperrealismo, questo essere sempre in bilico tra la vita e la morte dei personaggi, riuscire a realizzare questo film? “No. E’ stato difficilissimo proprio perché è un film che non ha nulla che possa interessare i produttori, almeno quando racconti la storia. Poi il successo della tournée teatrale durata oltre tre anni, il fatto di potermi portare molti attori della pièce nel film, l’adattamento fatto con Vittorio Moroni, e persone come Cristiano Cucchini – che è il mio agente – e Massimiliano Di Lodovico che invece si sono impegnati a produrlo e a trovare i fondi per farlo … siamo riusciti a realizzare Razzabastarda. Tutti hanno lavorato al minimo sindacale ma tutti hanno lavorato con una passione, un impegno e una concentrazione incredibili. Se ho ottenuto questo risultato è grazie al lavoro di tutti e, chiaramente, per tutti intendo anche quelli che stanno sul set, che lavorano dietro le quinte il cui nome non viene mai fatto”.

Oltre all’input arrivato involontariamente da De Niro che cosa l’ha colpita di questa pièce teatrale tanto da volerci fare un film? Dato che è anche il suo biglietto da visita come regista cinematografico… “Io lavoro sempre per il pubblico, perché io sono un attore, un regista ma prima di tutto un essere umano e quindi quello che faccio deve emozionare, deve avere un impatto forte su chi viene a vedere lo spettacolo o va a vedere il film. Questa storia è tutta emozione, è tutta sentimenti, relazioni, che partono da un rapporto di grande amore ma purtroppo irrisolto e sbagliato tra un padre e un figlio. Io ho trasformato in rumeni i personaggi rispetto alla pièce originale dove erano esuli cubani e quindi, essendo italiano, rientra tutto il discorso del razzismo, del vivere ai margini della società della maggior parte di questi immigrati. Ci sono circa 6 milioni di immigrati in Italia e circa 1 milione e seicentomila sono rumeni. Però su questo mi vorrei soffermare perché è importante ma fino ad un certo punto, dato che Razzabastarda è una storia di persone sbagliate, che fanno un errore dietro l’altro, di rapporti sbagliati ma il tutto spinto da un grande amore non solo di Roman per suo figlio ma anche degli altri personaggi fra di loro. Solo che non vi è nulla di sano, di giusto nelle loro esistenze. Possiamo dire che non sono esistenze sono un modo di sopravvivere nella merda più totale. E questo riguarda anche noi italiani, i tanti italiani che non hanno più un lavoro e che vivono nelle periferie con esistenze che non hanno nessuna dignità. L’amore nel senso più completo del termine per queste persone mi ha spinto a volere fare il film”.

Possiamo dire che c’è riuscito perfettamente non vi è un briciolo di speranza e di luce per nessuno di loro e anche questo è molto coraggioso da raccontare, visto che parliamo di storie vere… “Sono persone – continua Gassman – che è come se si sentissero ospiti sgraditi non solo nel nostro Paese ma anche dalla vita. Commettono moltissimi errori perché hanno a che fare con la delinquenza ma come avete visto nel film c’è anche un forte aspetto religioso che, per quanto riguarda il mio personaggio, è legato al suo essere mezzo Rom e quindi fare riti, pregare la Madonna Nera, appellarsi a qualsiasi cosa che possa dargli una redenzione dai loro peccati quotidiani. Ma siamo un po’ tutti dei bambini spaventati, anime smarrite, per questo insisto sul fatto che i personaggi sono rumeni, ma le loro vicende riguardano tutti, a livello di responsabilità e anche di somiglianza. Va da sé che la maggior parte di noi è fortunatissima rispetto ai protagonisti del mio film ma chi non può essere solidale con un padre che fa di tutto perché suo figlio abbia una vita migliore dalla sua, perché si tenga lontano dai guai e riesca a scoprire la bellezza dell’esistenza che in Razzabastarda non compare mai…”.

“Inoltre – continua Gassman – io ho cinque etnie diverse nel mio sangue, a partire da una bisnonna ebrea che ha dovuto cambiare il suo cognome quando sono iniziate le leggi razziali… quindi con Roman, oltre al fatto di essere padre, ho tante altre cose in comune, radici diverse che hanno formato la mia persona. Per entrare nel ruolo ho osservato moltissimo alcuni lavoratori rumeni per rubargli il modo di parlare, di muoversi, di agire e trovo che la diversità sia una ricchezza infinita, che dovremmo vedere come un dono che ci è arrivato per arricchirci come esseri umani e non come una sciagura”.

Lo stile che lei ha scelto per realizzare il film è perfetto. Perché lei ha esasperato situazioni già al limite del sostenibile. Come è arrivato a questa scelta? “Perché non mi interessava raccontare una realtà in maniera documentaristica quello che volevo era che arrivasse la forza della loro disperazione e del loro amore, per questo ho sempre pensato Razzabastarda in bianco e nero – che trovo potentissimo – e con questa esasperazione che ti si attacca al collo e non ti molla più fino alla fine”.

Pensa di continuare con la regia cinematografica? “Spero di sì, ho altri due progetti in cantiere, molto diversi da questo e conto di realizzarli. Per ora siamo in giro per i teatri d’Italia con la mia regia e interpretazione di Riccardo III in cui recitano alcuni attori di Roman e il suo cucciolo. Devo dire che è un periodo di piccole/grandi conquiste per quanto riguarda la mia carriera, perché non mi ero mai avvicinato a Shakespeare fino ad ora per svariati motivi - anche di ‘ombre’ di famiglia – invece con impegno e i compagni giusti di lavoro si può far tutto”.

Razzabastarda dal 18 aprile nei cinema per Moviemax.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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