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Incontro con Shah Rukh Khan, superstar di Bollywood a livello mondiale

Attualità, Interviste

23/11/2010

E' passato al Festival Internazionale di Roma e ora, arriva nei nostri cinema. Si tratta di Il mio nome è Khan (titolo originale: My Name is Khan) dal 26 novembre distribuito dalla 20th Century Fox con la regia di Karan Johar, film indiano interpretato dalla star di Bollywood più famosa del pianeta,  Shah Rukh Khan, girato poco in India e per la maggior parte negli Stati Uniti.  Shah Rukh Khan è uno degli attori più idolatrati nel suo Paese, un vero mito, e anche uno fra i 150 musulmani più influenti sul Pianeta Terra. Shah Rukh Khan è una persona particolarmente affabile e gradevole, servito come un maraja, se chiede un capuccino c’è chi glielo zucchera, glielo mescola e glielo porge ma lui non fa pesare in nessun modo la sua fama strastosferica, di cui gode ampiamente in India. Ma non solo lì.

Nel film il famosissimo attore è Rizvan Khan, un uomo che soffre sin dalla nascita di una particolare forma di autismo, la Sindrome di Asperger che gli consente di comunicare meglio in forma scritta che orale e che gli impedisce di intuire le reazioni altrui. Cresciuto con la madre e un fratello geloso delle attenzioni che gli venivano dedicate ha sviluppato una particolare abilità nel riparare guasti meccanici. Dopo la morte della genitrice il fratello, emigrato e in carriera da tempo, gli trova un lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici negli Stati Uniti. Qui Khan conosce Mandira Rathore, madre single di un ragazzino a cui l'uomo si affeziona e che prenderà il suo cognome. Proprio dal cognome musulmano (Mandira è Hindu) inizieranno i problemi per l’adolescente e per la precisione dopo l'11 settembre 2001. La tragedia è in agguato.

"Il mio cognome è Khan e non sono un terrorista". Questa è la frase che Rizvan Khan ‘deve' dire al Presidente degli Stati Uniti dopo che il senso di colpa di essere musulmano è stato scaricato sulle sue spalle con una forza inaudita.

Mister Khan quanto l’ha attratta il lato politico di questo film? “Non moltissimo – ci dice l’attore – Più che ad una storia politica l’ho guardata con un punto di vista di una persone comune. Anche se io sono musulmano. Il motivo per cui ho deciso di girare questo film è la mia convinzione che non si possono ignorare i problemi della gente oggigiorno, di qualsiasi fede politica o religiosa, siano... e non solo, aggiungiamo anche, ovunque vivano. Perché se si fa finta di niente, che non ci siano incomprensioni tra Islam e Mondo Occidentale, prima o poi ci saranno delle ripercussioni sulla nostra vita quotidiana pesantissime. In realtà ci sono già state, basta pensare a tutti gli attentati che sono avvenuti. Non importa se uno vive negli Usa, in Afghanistan o in Iraq, siamo tutti coinvolti e tutti dobbiamo partecipare per fare in modo che si arrivi ad un dialogo fra le opposte fazioni, altrimenti sarà un disastro per ogni essere umano sulla terra”.

Alla fine di My Name is Khan il Presidente degli Stati Uniti d’America non è più George Bush ma Barack Obama. Come vede l’elezione di Obama? “La vedo come un segnale assolutamente positivo – ci dice Khan – Stimo moltissimo Obama e credo, seriamente, che con lui le cose possano solo che migliorare. L’America, il mondo occidentale devono capire che ci vuole pazienza, che servono colloqui, trattative, perché ognuno possa spiegare il proprio punto di vista. Chiaramente anche dalla controparte serve un’apertura. Dopodomani Obama sarà in India e moltissimi lo attendono con grande speranza per quello che dirà e farà. E’ chiaro che non si può pensare che la soluzione sia immediata ma non bisogna perdere la speranza. Anche se la fiducia da parte dei musulmani e delle altre etnie è ancora tutta da conquistare e da dimostrare”.

Lei è stato inserito in una classifica da un prestigioso settimanale americano fra i 150 musulmani più influenti del pianeta. Come si sente? Che ne pensa al riguardo? “Ma su queste classifiche ho qualche perplessità  - ci dice Khan – Ma, classifica o non classifica, la mia maggiore responsabilità la sento verso i miei figli. Mia moglie è induista, io sono musulmano e loro voglio che crescano in un clima di pace, apertura mentale, armonia e rispetto del prossimo. Per quanto riguarda la religione sceglieranno da soli in cosa credere, noi non gli imponiamo nulla. I miei figli seguono la religione dell’umanità. Non voglio che crescano con degli stereotipi. Nel film, ad esempio, ce ne sono molti di stereotipi ma li abbiamo utilizzati proprio per fare capire al pubblico quanto siano, in realtà, una minoranza della popolazione del mondo. E che non bisogna farsi influenzare dal musulmano fanatico o dai bulli che ammazzano di botte un ragazzino perché – il suo padre adottivo – crede in Allah. In verità la maggior parte della gente in questo mondo sa che le cose non sono bianche o nere, e quindi è questa gente che deve prendere il potere e fare in modo che si possa vivere civilmente. Rispettando i diritti e i doveri di ogni essere umano che abita il nostro meraviglioso mondo”.

Quando il film è uscito in India un gruppo induista ha contestato moltissimo la pellicola, minacciando di toglierla dalle sale. Come si è sentito? “Male – ci dice Khan – perché in realtà questo gruppo di fanatici non ce l’aveva tanto con il film ma piuttosto con una mia dichiarazione. Essendo io un grande amante del calcio e del cricket, ho dichiarato in televisione che per me nello sport e nell’arte non devono esistere confini di religione e di regione. In quella trasmissione si parlava in particolare del fatto che ci sono troppi giocatori stranieri nelle varie squadre di calcio. Questa mia frase ha scatenato un putiferio. Mi hanno accusato di essere un non patriota, uno che odia l’India, mi hanno offeso in ogni modo. Io non mi sono minimamente preoccupato della mia carriera professionale perché il film era nelle sale e riscuoteva un successo clamoroso. Mi sono molto allarmato, invece, per i miei figli. Non volevo che sentissero queste menzogne su di me. Ho cercato in ogni modo di proteggerli e di fargli capire che quella era l’opinione di un piccolo gruppo di gente che non aveva minimamente capito il messaggio d’amore, di speranza e di apertura che esce da una pellicola come My Name is Khan”.

Lei nel film interpreta un uomo colpito dalla Sindrome di Asperger, una particolare forma di autismo. Come si è preparato e perché avete fatto questa scelta? “La scelta – conclude Shah Rukh Khan – è stata fatta perché le persone afflitte da questa grave malattia esprimono i loro sentimenti in un modo del tutto particolare. Per esempio quando la madre del mio personaggio gli dice che non esiste differenza al mondo fra un musulmano e un hindu ma esiste solo fra persone buone e persone cattive, la sua reazione è molto più convincente che se fosse stata detta ad un ragazzino normale. Per quanto riguarda la preparazione ho passato moltissimo tempo con gente che soffre di questo disturbo e ne ho colto il modo di camminare, parlare, come si emozionano e anche le capacità fuori dal comune che hanno... perché quello che mi premeva era di essere il più credibile possibile. Non potevo diventare una macchietta che magari faceva ridere, non me lo sarei mai perdonato. Bisogna portare il massimo rispetto verso questi malati. Il mio primo obiettivo era non sminuire o svilire questa patologia, non doveva far divertire e nemmeno commuovere. Sono stato estremamente attento ad essere vero, reale, perché questa malattia è seria e quindi l’argomento diventava di conseguenza estremamente delicato”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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