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Il viaggio Road’nRoll di Cheyenne, creatura autentica e atipica

Attualità, Interviste

06/10/2011

Il 14 ottobre arriva, finalmente, nei cinema This Must Be the Place, ultimo lavoro di Paolo Sorrentino con protagonista un Sean Penn, trasformista più che mai, già presentato al Festival di Cannes in concorso.

Quando si parla di un film di Sorrentino, e con questa pellicola se ne ha l’ennesima conferma, potremmo dire che siamo nel campo della ‘politique des auteurs’. Come avveniva per i registi della Nouvelle Vague ci saranno critici che osanneranno il film e altri che lo distruggeranno. Fatto che è già avvenuto alla manifestazione francese.

Per quanto ci riguarda This Must Be the Place è un film stupefacente. Come essere sottoposti ad una anestesia che ti fa viaggiare in un mondo lisergico, surreale per poi riportarti, ad un certo punto, alla realtà. Un film in due atti, due segmenti che convivono perfettamente in una unica storia. Quella di Cheyenne, ex rock star famosissima negli anni ’80, oramai da vent’anni ritiratasi a vita privata nella bella e noiosa Dublino. Un giorno però gli arriva la notizia che suo padre è morto e dato che Cheyenne non parlava con lui da circa trent’anni decide di partire per New York per assistere ai funerali del padre. Qui scopre che l’uomo, internato in gioventù in un campo di concentramento, è stato ossessionato per tutta la vita dal ritrovare l’aguzzino nazista che lo ha umiliato durante la tragedia dell’Olocausto. A quel punto Cheyenne armato di trolley e Pick Up intraprende un viaggio attraverso gli Usa alla caccia smodata di questo ignoto mistero.

Insieme a Sean Penn, truccato come Robert Smith dei Cure, nel cast vi sono Frances McDormand, David Byrne (leader dei Talking Heads che oltre ad avere dato il titolo di una sua canzone per il film ha curato anche la colonna sonora), Eve Hewson (la figlia di Bono degli U2), Harry Dean Stanton, Judd Hirsch.

“Ci tengo a precisare – avverte Sorrentino – che questo è un film italiano. Non nel senso di volere rivendicare il concetto di ‘italianità’ che non so nemmeno cosa vuole dire ma perché è stato fatto interamente da italiani. Tra l’altro venduto in tutto il mondo, tranne che in Cina. E ringrazio Indigo Film, Lucky Red e Medusa per avere trovato i fondi per poterlo realizzare perché io posso solo lavorare con una completa indipendenza e flessibilità. Questo budget completamente europeo mi ha permesso di fare un lavoro produttivamente creativo”.

Sappiamo come è riuscito ad avere Sean Penn che ha amato moltissimo Il Divo è si è reso disponibile a lavorare con lei. Ma come è andata? “Il lavoro con Sean Penn dal punto di vista della direzione di un attore – afferma il regista – non è stata molto diversa da quella che ho messo in atto con altri interpreti. La differenza è che lui è uno in grado di fare tutto. Questo può portare anche a delle derive pericolose, perché si sa che la troppa libertà a volte non è buona consigliera. Penn è uno in grado di leggere negli interstizi della sceneggiatura e inserirci quello che non c’è scritto. L’idea di parlare con una voce quasi in falsetto è sua, il modo di camminare rallentato è suo e lui la definiva ‘la camminata dei ricchi che si sentono in colpa di essere ricchi’... E’ pieno di sofisticate attenzioni che solo pochi attori posseggono”.

Il film è apparentemente di una rigorosa semplicità. In realtà si affrontano moltissimi argomenti. Da dove è partito per narrare questa vicenda? “Per me ogni film deve essere una ricerca di qualcosa di sconosciuto e non per dare delle risposte ma per tenere viva la domanda. Mi ossessionava l’idea di nazisti ancora vivi e nascosti in qualche parte del mondo. Ma non volevo mettere sulle sue tracce un cacciatore e così ho pensato ad una ex rock star infantile, non capricciosa, limpida e malmessa. Mi serve sempre un elemento ironico, questa è una mia necessità per scatenare il dramma”.

“Poi è vero il film ha molti altri temi: l’assenza di un rapporto affettivo tra un padre e un figlio, la musica, il confronto tra due artisti molto diversi Cheyenne e Byrne, il tema dell’Olocausto, l’America...”.

E Cheyenne per lei è annoiato come gli dice la moglie o depresso? “Ma non so, non sono un esperto. Direi che sta nella zona grigia tra la noia e la malinconia che possono anche virare nella depressione”.

Perché i nazisti e l’Olocausto? “Questo come avete capito bene non è un film sull’Olocausto anche perché metto sulle tracce di un nazista un completo analfabeta sull’argomento. Però la tragedia dell’Olocausto è sempre stata ai miei occhi il più grande ventaglio per osservare l’essere umano in tutte le sue nefandezze ed aberrazioni. Ma quello che viene detto su questa tragedia nel film sono tante fra le innumerevoli interpretazioni che gli storici hanno fatto. Anche perché trovare una spiegazione univoca sul perché è accaduto mi sembra piuttosto difficile. Non credo esista una unica ragione”.

Quali caratteristiche doveva avere il protagonista e il film in generale dalle quali non voleva prescindere? “Quando fai un film racconti cose che ti piacciono anche se possono risultare non piacevoli e per farlo serve una sintesi visiva. Come in un romanzo. Tu leggi il romanzo ma in fondo leggi il tuo romanzo. Per Cheyenne doveva essere rallentato – anche per scaturire effetti comici – avere un lato femminile molto sviluppato, del resto lui non esce mai se non è truccato. Volevo molto musica e grazie a David Byrne c’è una scena dove lui e il suo gruppo cantano This Must Be the Place, oltre a tutte le canzoni che David ha scritto per un gruppo di diciottenni, The Pieces of Shit (I pezzi di merda, nome molto adatto alla nostra attualità) che, insieme ad altri pezzi, compongono la colonna sonora. Byrne si è divertito molto a scrivere i brani per la giovane band perché si è dovuto calare nella musica di oggi, tornare a sonorità che vanno ora per la maggiore”.

“Ecco tutti questi elementi senza una produzione europea dietro non avrei potuti svilupparli. La lentezza, ad esempio, per me è fondamentale e, invece, per luogo comune è nemica del cinema. Io ho avuto l’opportunità di esprimermi come so fare grazie ai produttori del film, in questo modo mi sono preso una lussuosa e faticosa vacanza girando questo film”.

This Must Be the Place è stato comprato per gli Stati Uniti dalla Weinstein Company e dovrebbe uscire entro dicembre per potere essere preso in considerazione agli Oscar.

Un film di uno di quei talenti che lavora sodo, ogni giorno, su se stesso e su quello che lo circonda. E che ha avuto la fortuna di incontrare un altro come lui, Sean Penn. Del resto solo in questo modo si può spiegare un’opera indefinibile e affascinante come This Must Be the Place

Scritto da Nicoletta Gemmi
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