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Il realismo magico di Matteo Garrone: Dreams are my Reality!

Attualità, Interviste

24/09/2012

L’idea del film da dove nasce, è vero che è una storia vera?

Lo spunto di partenza nasce da una storia realmente accaduta, poi questa vicenda l’abbiamo sviluppata, io e gli sceneggiatori che hanno lavorato con me al film, abbiamo aggiunto molte cose ed è diventato il film che avete visto.

Luciano è un personaggio anche nella vita, ogni giorno fa il suo show in pescheria… cosa scatta in lui per volere cambiare la sua situazione… apparentemente felice, nonostante le difficoltà economiche?

In realtà il film affronta diverse tematiche. Una di queste è legata al sogno, all’aspetto illusorio del sogno con tanto di possibilità di evadere dalla propria realtà però quello che mi interessava maggiormente, di questa storia che mi avevano raccontato, è che in realtà il contagio – uso questo termine appositamente come se parlassimo di un film di fantascienza – avviene attraverso la famiglia. Nel senso che ci tengo a precisare che Reality non è la storia di un uomo che vuole diventare famoso ma è la storia di una persona che contagiata dalla famiglia, dal paese, dal quartiere di Napoli dove vive, arriva ad un punto della sua vita dove i desideri prendono il posto della sua realtà. Perché Luciano è uno che non se la passa così male però dal momento in cui, spinto da i figli, fa il provino per il Grande Fratello il sogno di entrare in quel programma prende il sopravvento e contagia tutti. Tutta la sua famiglia e i suoi amici vengono presi da questa follia. Per questo ho definito Luciano una sorta di Pinocchio perché lui mantiene sempre una sua innocenza, un suo candore, che però piano piano si perde nel paese dei balocchi. Senza volere dire troppo della trama, ci tengo però a precisare, che il tutto non parte da lui ma da un ambiente che lo circonda e di cui lui fa parte tanto che ingenuamente si lascia andare a questa idea che diventa, con il tempo, una vera e propria fissazione. Perché il problema di Reality è che se uno legge solo le due righe della trama rischia di allontanarsi, di non trovarlo interessante, e dato che, invece, il film è molto altro, non è semplice racchiudere in due parole tutto quello che abbiamo voluto mettere in luce narrando questa vicenda. Il sostituire i bisogni ai desideri direi che fotografa bene il nostro momento e questo mi interessava scarnificare e scavare.

Le chiedo questo perché la grandezza del suo film sta proprio nel fatto di non essere una denuncia sociale e politica sulle conseguenze che ha avuto nel nostro Paese un lungo periodo di ‘televisione dorata’, anche se le conseguenze ci sono eccome…

Assolutamente d’accordo anche perché al di là di tutte le riflessioni che possiamo fare la mia intenzione era di fare un film con dei toni da commedia, di intrattenimento che non volesse puntare il dito o fare denunce, o addirittura essere un film a tesi contro la televisione, moralista ecc… no, non era questa la mia intenzione, non lo è mai stata perché non mi è mai interessata. Poi è chiaro che dal momento in cui un film prende vita si aprono tutta una serie di riflessioni. Io sono sempre rimasto vicino ai personaggi cercando di amarli e capirli in tutte le loro bizzarrie e trasformazioni. In particolare nei confronti di Luciano nel momento in cui perde la sua identità.

Reality non è un film sul mondo dorato, diciamo, di certa televisione, quella legata ai reality show, per l’appunto…

No. Ma come mi faceva notare Maurizio Braucci uno degli sceneggiatori, la televisione spesso fa sembrare più vero quello che mostra rispetto alla realtà che viviamo fuori, quindi entrare dentro la televisione è come una certificazione della tua esistenza. Quindi il desiderio di Luciano non è economico o narcisistico ma esistenziale, lui deve entrare lì dentro e non solo per sé. Però, ripeto, noi abbiamo fatto un film di pancia non intelletualistico, quindi nonostante i vari livelli di lettura che ci sono quello che ci ha spinto a farlo era raccontare un personaggio come Luciano e l’ambiente che lo circonda.

Possiamo dire che c’è riuscito in pieno a tenere in equilibrio tutti questi livelli perché quello che prima di tutto passa in Reality è la grande empatia che si prova nei confronti di Luciano, un personaggio che si può solo amare. Questo grazie anche alla straordinaria interpretazione di Aniello Arena e di tutti gli attori.

Questa era la grande scommessa. Lui ha degli occhi puri, veri, non ti inganna mai. E su Aniello sono d’accordissimo è un talento unico, io lo conoscevo da tempo perché ho visto tanti spettacoli teatrali che ha fatto però era il suo primo film, quindi è stata una scommessa. Vinta perché lui ha un talento, un carisma, un’energia trascinanti ed è riuscito esattamente a rendere il personaggio di Luciano come lo avevo pensato. Molte volte nei miei film precedenti hanno scritto che avevo utilizzato attori presi dalla strada. Non è così io frequento il teatro da tantissimi anni e solitamente quando faccio il cast sono attori che provengono dal teatro, e per Reality è andata nello stesso modo. Ad esempio la compagnia dove lavora Aniello, che è un carcerato, è quella di Armando Punzo della Casa di Reclusione di Volterra e lui è uno dei migliori attori di questo gruppo e non sto parlando di compagnie amatoriali… loro hanno vinto il Premio Ubu svariate volte, sono dei professionisti, un gruppo di attori di grande qualità.

Altri argomenti da sviluppare Garrone: costumi, ambientazioni, spazi, scenografie… senza svelarlo l’inizio del film sembra una favola, veramente ‘C’era una volta…’ e poi arriviamo a capire dove ci troviamo…

Reality inizia come una fiaba e finisce come un film di fantascienza. La componente favolistica che porto in questo film più che in altri salta fuori grazie proprio alla cura dei costumi, del quartiere che abbiamo ricreato, dei luoghi scelti, anche se a pensarci bene ce l’ho sempre avuta questa nota di favola anche nelle pellicole precedenti. Ho una vera e propria attrazione per la dimensione da fiaba nera. Il film si muove sempre su questo doppio registro da parte una parte favolistico, fantastico e dall’altra il realismo. Devo dire che mantenere questo equilibrio è stata la parte più difficile da realizzare, non è semplice livellare realtà e dimensione onirica. Maurizio Millenotti che ha curato i costumi ha lavorato con Federico Fellini e, per esempio, più di una persona mi ha fatto notare che Lo sceicco bianco è un film che ha tanti punti in comune con Reality, ma queste sono tutte considerazioni che si fanno a film finito. Se devo dire un riferimento al quale, invece, ho pensato mentre facevo il film: il teatro di Eduardo De Filippo. La dimensione della famiglia, dei conflitti interni, la ricchezza che può arrivare e cambiare il destino di tutti… questi punti sono legati a De Filippo e a film come L’Oro di Napoli di De Sica. Reality è un film che vive di contrasti sia visivi che di personaggi, e si passa dalla Napoli calda, accogliente del mercato, decadente a luoghi che ti rimandano al presente come il centro commerciale iper-moderno o la scena all’Acquapark, sono già set fatti… e questo vale anche per i volti.

Lei ha anche affermato che questo film è un viaggio attraverso un Paese...

Sì è stato un viaggio, un viaggio fantastico, un po’ visionario e un po’ da incubo.

Il finale è un vero capolavoro, senza svelarlo, come le è venuto in mente?

Posso solo dire, visto che non lo possiamo raccontare, che è stato molto difficile trovare un finale soddisfacente, ci siamo arrivati piano piano. Già in fase di sceneggiatura avevamo vari finali, non uno solo, però tutti portavano con loro dei rischi. Poi dato che io giro in sequenza, dall’inizio alla fine, faccio proprio fare tutto il percorso ai mie attori e a chi lavora con me, giro come se facessi teatro, dalla scena 1 alla 100, questo mi ha permesso in fase di svolgimento del film di arrivare al finale che abbiamo scelto e che mi pare il più adatto per chiudere questa storia. E’ un finale drammatico ma anche metafisico, liberatorio e che non cade nella retorica.

 

Scritto da Nicoletta Gemmi
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