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Il Rap si addice a Francis Scott Fitzgerald. Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann

Attualità, Recensioni

16/05/2013

Una messinscena degna di Quarto Potere, un inizio visionario sullo stile di Moulin Rouge e un’atmosfera frizzante e seducente caratterizzano l’adattamento che il regista Baz Luhrmann ha fatto del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, film d’apertura del Festival di Cannes.

Una produzione interessante con un 3D che, però, nulla aggiunge alla peraltro già significativa consistenza dello sguardo del regista australiano reduce dal flop del terrificante Australia tornato a dirigere Leonardo DiCaprio diciassette anni dopo Romeo + Giulietta.

Una rilettura intrigante con il misterioso milionario Gatsby che pur essendo corrotto diventa il simbolo di una purezza d’animo che sarà ignorata e dimenticata da tutti, nella sbornia collettiva dell’America dei ruggenti anni Venti.

Peccato che l’intera trama basi il suo assunto su un casting abbastanza incomprensibile ovvero quello che un personaggio ‘grandioso’ come Gatsby interpretato da un eterno gran figo come Leonardo DiCaprio faccia di tutto e sia disposto a sacrificare tutto per una donna in fondo insensibile portata sullo schermo da una tutt’altro che seducente Carey Mulligan. Un personaggio incolore, un’epitome della peggiore gattamorta che, per tutto il film, non fa nulla per meritarsi non dico la nostra concupiscenza, ma nemmeno la nostra simpatia.

Diventa tutto, dunque, molto complicato, quando il tono visionario dell’inizio spumeggiante inizia a perdere colpi e a raggiungere una dimensione narrativa lunghissima, appesantita da dialoghi italiani che certo non rendono più facili le cose. Luhrmann si impantana nella dimensione intimista della narrazione e anziché convincere lo spettatore della bellezza di un uomo pronto a tutto per amore, perfino di perdere ciò che ha duramente costruito, lo distrae con uno scontro verbale che non ha nessuna tensione emotiva, ma solo una sensibile forza estetica.

Ed è questo a sorprendere di più lo spettatore: il cinema di Baz Luhrmann può restituire visivamente solo la semplice ed immediata superficialità di certi sentimenti, ma non è in grado, dal punto di vista della sceneggiatura, di rendere con i dialoghi e la mera recitazione degli attori, degli scambi di battute che possano sublimarsi in qualcosa di più grande e solenne come l’eterno duello tra l’arroganza del denaro e la forza dell’onestà interiore di chi ha un sogno e una speranza.

In questo senso Il Grande Gatsby è una rilettura interessante e importante, ma Luhrmann non ha dalla sua Shakespeare come in Romeo e Giulietta e laddove lui deve “inventare” la narrazione, questa, se basata principalmente sulle parole, non è in grado di essere resa in immagini altrettanto forti.

Il romanzo di Fitzgerald, ovviamente, ha il suo fascino e la sua forza narrativa immaginifica di per sé, ma l’elemento visivo del film ispira il regista ad una narrazione visionaria che – a metà – viene dimenticata, così come il piacevolissimo senso dell’umorismo.

Colpa anche di un montaggio non omogeneo (il film ha sorprendentemente ben tre montatori…) e, soprattutto, di una mancanza di unità in cui la parte centrale di una pellicola da due ore e venti è appesantita quando, invece, proprio nel momento in cui dovrebbe librarsi in volo e conquistare in pieno anche il pubblico più restio e meno tenero.

A parte, però, questi due significativi problemi e nonostante un 3D pressoché inutile se non in alcuni rari momenti, Il Grande Gatsby rappresenta un’intuizione interessante dove la narrazione in terza persona del personaggio interpretato da Tobey Maguire diventa la chiave di volta non solo di un personaggio, ma di un’ intera epoca destinata, di lì a poco, a finire nel crollo di Wall Street.

Un film da vedere con i suoi pregi e difetti, ma anche con una buona dose di nostalgia in quanto omaggio ad un cinema del bel tempo che fu che oggi rappresenta un sogno ottimista, nonostante tutto, che come il personaggio di DiCaprio appartiene ad un passato irripetibile.   

Scritto da Marco Spagnoli
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