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“Il Profeta” Spagnolo politicamente scorretto

Anteprime, Attualità

25/03/2010

Cella 211 del regista spagnolo Daniel Monzòn è una vera, grande sorpresa che testimonia, ancora una volta, l’ottimo stato di salute della cinematografia iberica.

Vincitore di diversi premi Goya, ovvero l’equivalente del David di Donatello, il film racconta la storia insolita e molto dinamica di una guardia carceraria che il giorno prima di iniziare a lavorare in una prigione spagnola, decide, per ironia della sorte ed eccesso di zelo, di visitare il suo futuro posto di lavoro.

L’uomo, però, praticamente senza esperienza, ma con un ottimo intuito, si troverà improvvisamente coinvolto in una drammatica rivolta e l’unica maniera per sopravvivere sarà quella di fingersi un nuovo prigioniero, sfruttando il fatto di essere ancora sconosciuto ai detenuti.

Questa situazione anomala ed estremamente esplosiva, gli permetterà in compenso di osservare da un punto di vista privilegiato la vera situazione all’interno della prigione e lo obbligherà a scegliere da che parte stare, soprattutto quando le violenze lo colpiranno in maniera diretta e inattesa.

Brillante e “testosteronico”, Cella 211 è un thriller d’autore che oltre a giocare volutamente con il politicamente scorretto, sfrutta la dimensione sociale e politica di una trama che racconta delle condizioni difficili dei carcerati, delle loro divisioni interne, del rapporto con i terroristi dell’Eta e con i loro carcerieri.

Interpretato dal giovane Alberto Amman insieme a Luis Tosar e a Carlos Bardem, fratello maggiore del più noto Javier, Cella 211 offre al pubblico la possibilità di trovarsi in una situazione imprevedibile, in un film che pur con tutti i crismi del cinema di genere, è radicato in un’umanità profonda e molto diretta.

Lungi dall’essere assolutorio o consolatorio, Cella 211 gioca sul ribaltamento del punto di osservazione, per avvicinarsi in maniera non protetta ai detenuti, ai loro reati e alla loro psicologia, spesso, contorta, ma, certo, sempre radicata in una realtà drammatica.

Tutt’altro che scontato, il film tratto dal romanzo di Francisco Pérez Gandul, pur avendo inevitabili punti di contatto con Il Profeta di Jacques Audiard se ne discosta completamente in termini di prospettiva. Se, infatti, nel lavoro del regista francese il carcere diventa lo scenario di un processo di formazione lento e inesorabile, una sorta di infanzia sui generis di un grande capo, in Cella 211 assistiamo alla trasformazione repentina di un uomo che essendo anche lui un antieroe sceglie prima un approccio razionale eppoi la strada della vendetta privata, per uscire da una situazione disperata.

In ogni caso due pellicole, in modo diverso, di grande impatto e decisamente molto riuscite che lasciano, però, a meditare sul perché i film più premiati del cinema francese e spagnolo siano entrambi ambientati all’interno di una prigione con tutto quello che ne consegue sotto il profilo sociale e tematico.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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