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Il Profeta parlano regista e protagonista

Attualità

12/03/2010


Il Profeta
di Jacques Audiard (da sinistra Niels Arestrup, Jacques Audiard e Tahar Rahim) in uscita il 19 marzo distribuito dalla Bim è un film imperdibile. Un capolavoro di rara durezza che narra la formazione di un ragazzo di 19 anni entrato in carcere per avere picchiato un poliziotto. Sei anni di galera, si sa i francesi di origine araba senza lavoro non hanno buoni avvocati. Malik arriva nel penitenziario ed è la vittima di turno, della mafia córsa e degli arabi (lui che è  mezzo arabo e mezzo francese) e ne uscirà da uomo forte, pronto ad affrontare la vita. Il carcere è la metafora del nostro mondo e quello che deve passare Malik - prove di una violenza e disumanità sconcertanti - lo faranno diventare il vero profeta dell’universo contemporaneo. Il Profeta ha vinto quasi tutto: Il Gran Premio della Giuria a Cannes, L’European Award per il protagonista Tahar Rahim, nove César, oltre alla candidatura all’Oscar tra i Migliori Film Stranieri. “So bene che è una storia difficile, fuori dagli schemi. - afferma Audiard, già autore di splendide pellicole come Tutti i battiti del mio cuore e Sulle mie labbra - Ma è una storia in sintonia con quello che accade oggi, capace di parlare a chi non vuole chiudere gli occhi davanti alla realtà. Un po’ come è successo con Gomorra del vostro Matteo Garrone. Magnifico, l’ho amato molto”. “Quello che più mi premeva in questo lavoro - continua Audiard - era rompere i cliché. Non volevo né fare denunce, né la solita gangster story con i delinquenti nevrotici, fuori di testa,. D’altra parte Malik, il mio protagonista, è un giovane arabo, uno dei tanti che finiscono in galera da noi. In Francia il 70% dei detenuti sono islamici. Lo stereotipo vorrebbe gli arabi poco brillanti, parecchio ingenui. Malik al contrario è molto intelligente, curioso, abilissimo a intrecciare rapporti per sopravvivere e fare carriera. Il dentro e il fuori si somigliano sempre di più. I ghetti, le periferie non differiscono granché da quel che trovi in prigione: stesse persone, stesse culture, stessi affari”.

Malik quindi è il nuovo profeta di questo mondo violento in cui viviamo, dove uccidi o sarai ucciso. “Un nuovo prototipo di criminale, lucido, capace di cogliere il meglio da ogni situazione e ribaltarlo a proprio favore”. Il 28enne Tahar Rahim che ne dimostra dieci di meno afferma: “La violenza di Malik mi è estranea, ma conosco bene la disperazione di tanti immigrati. Grazie ad Audiard per me ogni cosa è cambiata. Fino a ieri non ero nessuno, ora sono diventato un attore. E tutti sembrano volermi ascoltare”. Nessuna delusione per Rahim sul mancato Oscar al film: “No ero troppo preso dallo show, una cosa pazzesca, con tutte quelle star. Anche se io sono molto affezionato ai César che guardo fin da piccolo e quest’anno abbiamo trionfato alla grande, ce ne siamo portati a casa nove. Abbiamo veramente stravinto”. E se lo merita tutto di stravincere nella vita questo ragazzo, la sua performance ne Il Profeta è da urlo. Prossimamente lo vedremo nel nuovo film di Kevin McDonald (quello di State of Play) intitolato The Edge of the Ninth e al momento sta lavorando con il regista cinese Lou Ye che afferma Rahim: “E’ una storia ambientata a Parigi e narra dell’amore impossibile tra una ragazza cinese e un francese”. C’è ancora molto lavoro da fare prima che l’integrazione e il rispetto riescano ad affermarsi in questo mondo ma film come Il Profeta ci insegnano che una società europea e bianca non esiste più e non la rimpiangiamo.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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