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Il Principe del Deserto, Annaud e Rahim presentano il film della Eagle

Attualità, Personaggi

13/12/2011

(Roma) Proiezione stampa e conferenza blindatissima questa mattina per Il principe del deserto, punta di diamante della Eagle Pictures per questo Natale. Tarak Ben Ammar ha impiegato ben trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo di Hans Ruesch, ‘Il paese delle ombre corte’. Il 23 Dicembre, diretto da Jean Jacques Annaud, sarà nelle sale in almeno 300 copie.

Un romanzo di formazione, la storia del principe Auda, che ostaggio dell’emiro Niseb (un divertente Antonio Banderas), da timido appassionato di libri, si trova coinvolto in una lotta per il petrolio tra il suo oppressore ed il legittimo padre Amar. Nel mezzo, l’amore per la Principessa Leila (si è una citazione), la responsabilità di essere marito e soprattutto quella di diventare, uomo, leader, di dover suo malgrado raccogliere lo scettro del potere, scoprendo di esserne perfettamente capace. E’ un film che ha l’ambizione di raccontare l’Islam dal punto di vista dell’Islam, sostenuto da bravi attori come il protagonista Tahar Rahim, Mark Strong e Freida Pinto. A catturare l’attenzione sono però le bellissime scenografie. Sono state usate oltre 20mila comparse, 10mila cammelli, addirittura 500 dei quali sul set contemporaneamente in alcune inquadrature, e oltre 2mila cavalli. Sia Annaud che Ben Ammar immaginavano Il Principe del Deserto in chiave epica. Le riprese sono infatti durate ben cinque mesi, fra Tunisia e Qatar con un team internazionale di artigiani e tecnici ad alto livello, molti membri del gruppo provenivano dalla Tunisia stessa, per costruire e ridisegnare il mondo della Penisola Arabica all’inizio del ventesimo secolo. Presenti questa mattina alla conferenza il regista ed il protagonista Tahar Rahim.

Un altro viaggio nel passato, una storia tra le più epiche per Jean Jacques Annaud. Cosa l'ha attirata in questa storia? “ Innanzitutto sono dispiaciuto del non parlare italiano. Vorrei rispondere a questa domanda dicendo che 'il passato è eterno': amo viaggiare e in luoghi dove non posso recarmi semplicemente comprando un biglietto aereo. Amo le favole che abbiano una distanza rispetto al tempo, che sia nel passato o perché no anche nel futuro e amo che il cinema mi faccia sognare. D’accordo anche Rahim: “Sono stato lusingato dalla proposta di Jean Jacques. Ho amato la storia, mi interessava il lato positivo e la rappresentazione del Medioriente. Auda mi dava possibilità enormi per divertirmi a rappresentarlo, mi ha dato ampiezza di intervento e spero di trovare presto un ruolo simile e così stimolante”.

Benchè siano due film diversi, ci sono numerosi richiami tra Il Principe del deserto e Lawrence d'Arabia. Signor Annaud come l’ha influenzata questo film? “ Non ho riguardato Lawrence, ma mi sono recato nei luoghi dove è stato girato, in particolare in Giordania. Sono stato influenzato in particolare a Kurosawa e dagli altri giapponesi, ho scoperto il cinema americano e quello di Sergio Leone. Lawrence D’Arabia è magnifico e da allora più nulla è stato fatto in quella regione e così ho avuto voglia di conoscerla e visitarla scoprendone le qualità epiche”. Tahar Tahim racconta della preparazione fisica, ricordando il grande Omar Sharif e delle difficoltà nell’andare a cavallo: “Sharif ha ragione non è facile cavalcare un cavallo – spiega - Sono anche caduto perché il cavallo è stato disturbato da un esplosione, e la caduta che vedete alla fine nel film è reale, ma non abbiamo dovuto interrompere la lavorazione, abbiamo solo inserito nella storia il fatto che io zoppicassi”. Annaud interviene imitando la camminata di Rahim: “Quella della caduta è stata una giornata difficile, ho avuto paura di aver ucciso il mio protagonista!”.

La differenza tra questo film e Lawrence D’Arabia è che qui si ha una prospettiva più orientale, si entra nei meccanismi e nel loro modo di pensare…. “Sono anni che ricevo sceneggiature che raccontano sempre il punto di vista occidentale – risponde Annaud - abbiamo esaurito secondo me questo tipo di storie, ho già fatto un lavoro di questo tipo con Il nemico alle porte e con questo film ho voluto raccontare di un principe che fosse di questa regione. Il medioriente è una regione divisa e popolata da tante tribù, la caduta di un regime non basta per risolvere la situazione attuale, questo dibattito è molto attuale e l'unificazione delle tribù per un paese come la Libia rimane un grandissimo problema. Questo è un film atemporale, ma ci fa capire quanto quella fiaba sia valida ancora oggi”. Non è facile non cadere in alcuni clichè…”Sono stato molto prudente – prosegue il regista - ho cercato di avere una visione di quel mondo il più onesta e documentata possibile. Nelle riprese e nel montaggio, mi sono circondato di specialisti sul mondo arabo, sulla società civile e sul Corano stessa cosa fatta per 7 anni in Tibet. Mi sono lasciato ispirare dai numerosi viaggi in questa regione e dalla mia esperienza accumulata in vent'anni”.

Ogni volta che si parla di Islam, Corano e via discorrendo, si nota sempre una grande preoccupazione politica, esempio lampante è Le Crociate di Ridley Scott. In questo film si raccontano le varie posizioni del mondo arabo, come è stato accolto all’anteprima di Abu Dhabi? “Inizialmente ero molto preoccupato, ma ormai il film è già uscito nella totalità del mondo arabo con grande successo. Esiste sempre un rischio io sono pur sempre un occidentale. E’ stata fondamentale la collaborazione di Tahar alla sceneggiatura. La gente era felice di non esser stata rappresentata come terrorista, ha riso sulle controversie dell'Islam, un dibattito contemporaneo, e si è riso in particolare nella scena del divorzio, dove Banderas alle prese con il Corano è davvero esilarante.”

 

 

 

Scritto da Manuela Blonna
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