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Il Primo Uomo - Intervista a Gianni Amelio

Anteprime, Attualità, Interviste

16/04/2012

Gianni Amelio si schermisce quando sente parlare di ‘capolavoro’: eppure il suo film più ambizioso e sofferto Il Primo Uomo tratto dal romanzo di Albert Camus è probabilmente anche la pellicola più importante e rilevante, realizzata del regista calabrese nella sua lunga carriera. Un autore che ha saputo trasfigurare sullo schermo un testo difficile e importante come quello di Camus, facendolo diventare un’opera di grande attualità, dall’immensa portata etica, politica e cinematografica.

Ispirato al romanzo postumo di Albert Camus, le cui bozze furono trovate tra le lamiere dell’auto dove lo scrittore aveva incontrato la morte a causa di un terribile incidente, Il Primo Uomo è sospeso tra l’infanzia dell’autore e gli anni della Guerra di Algeria che sono raccontati con una sensibilità e un fascino letteralmente unici e restituiti con tutta la loro forza immaginifica da Amelio stesso “Quella della guerra in Algeria è una ferita aperta per Francesi e Algerini che non si rimarginerà mai.” Dice il regista “Una lacerazione che ha ragioni lontane che partono dalla colonizzazione operata dalla Francia nel paese nordafricano alla fine del diciannovesimo secolo. Una situazione di cui non si sono resi conto nemmeno i protagonisti la cui storia è, in un certo senso, passata sopra le loro teste, subendola. Il titolo del romanzo e anche del film allude, in qualche maniera, ad un primo essere che sia davvero padrone di se stesso e capace di contrastare ciò che la Storia ti dà come condanna, oltreché come regalo. Una delle idee che tormentano sempre Camus per tutto il libro è l’idea di dovere parlare di persone che hanno una storia piccola perduta all’interno di una Storia più grande: vittime che non conoscono i loro carnefici, ovvero quelli che hanno manovrato le loro esistenze. 

La grande forza del libro, il senso di commozione che esso trasmette, è quello di non vedere mai in faccia i colpevoli. Difficilmente c’è qualcuno del tutto innocente. Nel mio film mi sono spinto fino a fare pronunciare la frase: “Solo i morti sono innocenti, perché non vi è innocenza da una parte né dall’altra. Noi sappiamo quanto è attuale il momento in cui il protagonista è seduto in un bar e osserva una bella ragazza che balla. Preso da questa immagine di bellezza e seduzione, straordinariamente e dolce, avvolta da una musica soave, l’uomo  viene travolto dagli eventi. Il momento “fuori dal mondo” è lacerato dall’esplosione di un autobus che scoppia uccidendo della gente. L’impossibilità della vita nel quotidiano per colpa della violenza. Camus non accetta mai l’assunto secondo cui la violenza è necessaria, anche quando a dirlo è il suo vecchio maestro. Lui rifiuta tutto questo.”

Cosa l'ha portata a dirigere questo film e ad adattare il testo di Camus al punto che la figlia dello scrittore le ha scritto di 'essere stato l'unico a capire suo padre?
E' stato, in un certo senso, un atto d'amore nell'accettare una sfida che evitasse ogni confronto, peraltro, impossibile. Non si trattava di lavorare ad un romanzo tout court, ma ad un'opera autobiografica di cui io ho scritto in francese la sceneggiatura. Sono stato fedele non al testo, ma alla vita di Camus e non ho mai considerato Il primo uomo un libro “incompiuto” ma l’espressione piena e coerente del pensiero di Camus, in linea con le sue opere più alte. E solo una lettura superficiale potrebbe immaginarlo come un racconto nostalgico rivolto al passato. Penso invece che Il Primo Uomo sia un libro politico nel senso più ampio del termine, cioè urgente e profondo, un libro “necessario” nel momento in cui è stato scritto, e non solo: ̀l’intervento potente di un grande scrittore sulla tragedia del proprio Paese e del proprio tempo. Non credo che un’autobiografia può appassionarci se non tocca in parte anche la nostra vita. Nell’infanzia di Camus ad Algeri ho ritrovato le tracce della mia Calabria nel secondo dopoguerra. Ho voluto che diventasse anche la mia storia non per presunzione ma per umiltà̀. 

Il Primo Uomo è un film che raccontando determinate esperienze di persone alle prese con i rivolgimenti della storia vuole essere, in un certo senso, un ‘atto politico’. Che reazione si aspetta?
Come regista del film mi auguro che lo spettatore riesca ad entrare nello spirito che ha ispirato a Camus la scrittura del libro. Mi dispiacerebbe, invece, se il pubblico lo accogliesse, come talora capita nei nostri tempi, ostentando una certa indifferenza, perché molte tragedie dei nostri tempi derivano da questo sentimento. Il mondo sta diventando sempre più ‘piccolo’ e la “primavera” nata nel Magreb potrebbe proseguire anche da noi sotto altre forme. Un film come Il Primo Uomo è una sorta di atto dovuto in un mondo che si distrae dinanzi a quei problemi degli altri che l’indomani possono diventare anche i nostri. Del resto Il Primo Uomo non è allineato con nessuna moda e nessuna tendenza. Questo mi rende consapevole del fatto che percorrerà una strada più difficile delle altre: non mi sento né un eroe, né un innovatore, ma come uno che sceglie per parlare agli altri un mezzo particolare, sperando che ci sia qualcuno più intelligente di lui pronto ad ascoltarlo.

Spesso il suo cinema ha precorso i tempi raccontando certe storie prima che la loro rilevanza si imponesse sul nostro paese: storie necessarie di cui non comprendiamo in pieno la rilevanza quando stiamo entrando nella sala per vederle, ma che poi ci accompagnano per lungo tempo…
Il ladro di bambini
è arrivato nel momento in cui esplodeva ‘Mani Pulite’ e raccontava la storia di un carabiniere che nel suo piccolo voleva fare rispettare le regole dell’umanità che quella della burocrazia…anche La stella che non c’è sembra scritto ‘domani’. Io, però, sono l’ultimo a potere commentare questo tema, però, credo che se è vero quanto dici, dipende dal fatto che io considero il cinema come “un’arma buona’ che se usata bene può diventare un chiavistello in grado di aprire un cassetto dove è contenuta una mappa preziosa. La macchina da presa è uno strumento che può essere pro o contro la verità. Si può bleffare molto ingannando noi stessi prima degli altri. Personalmente faccio pochi film e quando li faccio mi considero il primo spettatore del mio cinema: un pubblico attento e esigente poco disposto a condonare gli errori. Sono nato spettatore e rimango certamente tale anche quando dirigo il Festival di Torino o scrivo dei film sul cinema. Vado al cinema tre volte alla settimana e considero tutto questo come qualcosa di molto potente di cui sfruttare in pieno le possibilità. Un film deve aprire delle coscienze: squarci che durano anche solo lo spazio di una serata, ma anche in grado di dare il loro contributo. Il cinema non morirà mai nonostante tutti gli uccelli del malaugurio. Si trasformerà ancora di più, ma non ne faremo mai a meno.  Accadrà come per il teatro, ma ci accompagnerà per sempre.

Il prossimo film?
Vent’anni dopo Il Ladro di bambini tornerò a fare un film in Italia che parla del nostro presente. E’ un periodo che è passato molto velocemente e oggi sento il bisogno di tornare ad affrontare direttamente la realtà del nostro paese.

Ricordiamo che Il Primo Uomo di Gianni Amelio arriverà nei nostri cinema il 20 aprile per 01 Distribution.

Scritto da Marco Spagnoli
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