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Il mio Dracula divertente per non fare un film Pixar…

Attualità, Interviste

07/11/2012

Nonostante io possa dire che la mia carriera sia stata molto fortunata in televisione dove ho potuto creare i miei Show e seguire l’evoluzione dei personaggi che io stesso ho immaginato, posso dire che fare un film è un’esperienza completamente diversa. Un film visto al cinema con il pubblico che ride o piange è qualcosa di fantastico. Il massimo che puoi avere in televisione è scoprire che più persone hanno visto il tuo lavoro, ma sul piano emotivo questo non significa nulla.”

Così il regista russo Genndy Tartakovsky racconta le motivazioni che lo hanno spinto alla realizzazione di Hotel Transylvania il suo primo esilarante lungometraggio d’animazione incentrato sul Conte Dracula e i mostri della Hammer riuniti in un unico resort alle prese con la loro paura degli umani. Il papà di Dexter, Superchicche, Samurai Jack e Star Wars Clone Wars spiega “Desideravo sfruttare personaggi iconici come Dracula o Frankenstein e la Mummia dal punto di vista della commedia, evitando il paragone con i tanti film realizzati con questi personaggi. A me divertiva l’idea di capire come fosse diventato quel Dracula ottocentesco che tutti conosciamo e cosa facesse oggi. In più mi interessava pensare a Dracula come papà e i suoi problemi…

Anche l’Uomo Lupo è un personaggio molto buffo…

Sì, perché mi piaceva vederlo come padre stanco di tanti lupetti che gli fanno fare una vitaccia. In più credo che il doppiaggio in originale di Steve Buscemi gli abbia dato una marcia in più che lo rende ancora più buffo e insolito, perché con tanti piccoli da seguire è sempre distrutto e un po’ depresso.

Cosa pensa della situazione del cinema d’animazione, oggi?

Sono molto critico: non sono d’accordo sul fatto che ci sia solo una tipologia di film da fare che è quella della Pixar. Loro fanno il loro lavoro, ma perché gli altri devono inseguire questo modello unico? E’ una formula che preclude la possibilità di seguire altre possibilità e altre idee. Nel nostro caso, non volevamo copiare la Pixar e abbiamo puntato sì ad un film che avesse delle emozioni, ma certamente dal carattere molto diverso rispetto a quel tipo di cinema. Noi volevamo fare una commedia. Così nell’animazione si possono fare tanti altri generi. Hollywood, però, non vuole permettere il cambiamento. Io ho provato ad andare oltre alle regole e proverò ancora a sovvertirle nonostante sia molto difficile, perché ci sono pochi registi d’animazione veri e gli Studios controllano le regole del gioco.

Una battaglia culturale?

Il cinema d’animazione riflette necessariamente la personalità del regista e uno deve combattere per fare ascoltare la propria voce. Mi piacerebbe che quando gli spettatori guardano a certi film questi riconoscano uno stile così come capita per il cinema di Sergio Leone o Alfred Hitchcock. Io non sono del loro ‘calibro’, ma certamente ho sempre voluto esprimere il mio punto di vista e un certo stile. Come regista, del resto, questo è tutto ciò che hai. C’è una differenza tra chi ha una visione e uno stile e chi, invece, fa solo un lavoro seguendo i dettami di altri.

Questo perché lei è un europeo formato nel cinema d’autore?

Quando avevo venticinque anni e lavoravo a Dexter la gente era sorpresa dal mio desiderio di originalità. Del resto io so fare solo questo, seguire le mie idee e adesso che di anni ne ho quarantadue mi domando quali obiettivi posso raggiungere e cosa voglio concludere nella mia vita.

La sua influenza si fa sentire, però…

E’ stato carino Jon Favreau a dire che quando pensava al primo Iron Man voleva realizzare una sorta di Clone Wars e Samurai Jack, live action. Il mio stile è un mix originale di citazioni ed è divertente che se io cito Sergio Leone, qualcun altro citando me, di fatto, rende omaggio al talento di Leone. Queste citazioni del mio lavoro da parte di altri però, sono più presenti nell’animazione che nel live action.

Secondo lei qual è il futuro dell’animazione europea?

Ci sono grandissimi talenti in Europa e nel resto del mondo che lavorano in questo campo. Recentemente The Illusionist ha dimostrato la qualità dell’animazione fatta in Europa. Il problema, però, è nel mio caso che desidero per il mio lavoro un pubblico più ampio possibile e questo lo puoi incontrare solo grazie al cinema di Hollywood. Detto questo ci sono delle opportunità, ma per l’animazione europea sarà duro competere con l’America. Gli Studios puntano alla competizione e lavorare con loro richiede un punto di incontro comune.

Scritto da Marco Spagnoli
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