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"Il festival 2008: stesso Dna di sempre, ma abbattendo gli steccati tra critica e pubblico&quot

25/10/2008

INTERVISTA A PIERA DETASSIS

"Abbiamo rimescolato le carte". Così la direttrice di Anteprima e coordinatrice dei direttori del festival Piera Detassis riassume i cambiamenti apportati alla kermesse dopo il "cambio di gestione" che ha insediato Gianluigi Rondi sulla poltrona di presidente della Fondazione Cinema per Roma. "Abbiamo unito in un'unica selezione ufficiale le due anime del festival, Cinema 2008 e Anteprima - diventata anch'essa competitiva - perché con la formula passata si creava una sorta di steccato tra un concorso dedicato al cinema 'difficile' e una sezione troppo spesso identificata solo con lustrini e paillettes. Ma il Dna della vecchia Festa rimane identico: una manifestazione metropolitana, immersa nella città, anche grazie agli incontri con i grandi attori".

Qualche mese fa c'è stato un periodo di forte incertezza sulle sorti del festival. Quanto ha pesato su questa terza edizione?

Per due mesi non abbiamo potuto muoverci, e questo ci ha fatto perdere inevitabilmente dei film. Non avevamo idea del futuro e, quando è arrivato, il nuovo presidente si è giustamente preso un po' di tempo per valutare la situazione. Inoltre alcune dichiarazioni intempestive, come quella di escludere i film hollywoodiani e il red carpet, ci hanno creato difficoltà soprattutto rispetto al cinema anglosassone. Ma grazie a un grande lavoro, seppur fatto 'contro i venti e le maree', siamo riusciti comunque ad arrivare all'appuntamento con un ottimo programma.

Quest'anno Anteprima ha rotto alcuni luoghi comuni, come quello che sconsiglia di aprire con una pellicola nazionale.

Abbiamo accettato il rischio insito in questa sfida con L'uomo che ama, un'opera italiana che ha comunque un cast da tappeto rosso e che è stato tra i più richiesti dagli esercenti. E poi abbiamo puntato molto sulla contaminazione tra i generi e sulle commedie, tutte cose di solito non considerate 'da festival'. Ma con il presidente Rondi condividiamo l'idea di René Clair, secondo cui è facile fare un film che piaccia alla critica, ma è difficile farne uno che piaccia alla critica e al pubblico. Il nostro obiettivo è proporre quest'ultimo tipo di lavori, e vorremmo che Roma diventasse il simbolo di questa filosofia.

Che panoramica del cinema mondiale esce da questo festival?

Una situazione di stasi del cinema Usa e di forte vitalità di quello inglese, con grandi sorprese dai paesi lontani, come il film afgano Opium War, e un ritorno in forze del cinema italiano. Oltre che un grande interesse per i temi umanitari, in un momento di recessione e di ripensamento per l'economia mondiale.

Questa sembra essere un'edizione di transizione. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Dipenderà molto da come andrà questo Festival, anche in termini di risultati dei film al Box Office. Sicuramente però dovrà affermarsi un principio di autonomia. La politica deve guardare a noi con interesse, stima e fiducia perché siamo una vetrina importante che fa bene al cinema, ma deve anche lasciarci lavorare tranquilli: è l'unica possibilità per costruire un festival con un'identità.

 

di Michela Greco

Scritto da ADMIN
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