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Il fascino perverso della borghesia

Recensioni

01/01/2014

Paolo Virzì firma uno dei suoi lavori più importanti e riusciti, che si può considerare inoltre come uno dei film italiani più importanti degli ultimi dieci anni: Il Capitale Umano tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon è una storia drammatica e paradigmatica di un’Italia tanto sbandata quanto le persone che incontriamo in questo racconto,  alle prese con una crisi economica cui, di pari passo, va un’altrettanto profonda perdita di valori e di integrità.

Narrato seguendo punti di vista differenti, il film è basato sull'intreccio di storie e personaggi differenti che ruotano intorno ad una notte in cui viene consumato un dramma: un cameriere, infatti, tornando a casa a tarda notte dopo una serata di lavoro, finisce investito da un SUV di cui nessuno sembra sapere chi fosse veramente alla guida.

Virzì, coadiuvato nella sceneggiatura dai due grandi scrittori e sceneggiatori Francesco Piccolo e Francesco Bruni, ripercorre, dunque, quell’evento fatale seguendo diversi punti di vista: quello di un piccolo immobiliarista di provincia, la cui figlia teenager di nome Serena ha una relazione con il rampollo viziato di una ricchissima famiglia locale; quello della madre del ragazzo alle prese con il sogno di ricostruire il teatro della cittadina dove si svolge la storia, anche per sfuggire alla noia di cui è fatta la sua vita e, ultimo, ma non meno importante o avvincente quello della stessa Serena che ha un segreto da nascondere.

Tre versioni di quella notte che portano ad incontrare anche altri personaggi: un industriale interpretato da un Fabrizio Gifuni, algido e perfetto nella sua arrogante e viscida spietatezza di uomo che ‘conosce il prezzo di tutto e il valore di niente’; di una mite psicologa interpretata da una sempre perfetta Valeria Golino; di un professore di storia del teatro che ha l’ironia un po’ vigliacca di un Luigi Lo Cascio inedito nel portare sullo schermo un opportunista dalle belle maniere.

Ma sono soprattutto Fabrizio Bentivoglio e Valeria Bruni Tedeschi a catalizzare la nostra attenzione con le loro spiccate fragilità e debolezze che spingono a riflettere in maniera sana e cinica sui disastri di una società incapace di tirare fuori quell’umanità di cui avrebbe davvero bisogno per capire il proprio prossimo e provare a salvare sé stessa. Un sentimento, invece, che appartiene ancora ai giovani protagonisti de Il Capitale Umano: Luca (Giovanni Anzaldo) e Serena, figlia dell’agente immobiliare Bentivoglio, interpretata dalla rivelazione Matilde Gioli di cui sentiremo ancora parlare per la sua spudorata e irriverente innocenza. Ragazzi colti da un amore totale, folle e imprevisto, che si trovano travolti da fatti più grandi di loro cui reagiscono con l’ingenuità e la passione caratterizzanti la loro età. Un ragazzo e una ragazza cui va l’inevitabile simpatia dello spettatore, rispetto ad un mondo degli adulti tanto fallato quanto fallace, in cui l’unica tranquillità sembra essere offerta dal denaro e dal potere.

Un affresco potente e rilassato, solenne e sensuale dell’Italia del 2010 quella in cui, come dice il personaggio della perfetta Valeria Bruni Tedeschi rivolgendosi al marito, ‘Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto’.

Un film importante, perché il cinema di genere viene messo al servizio di qualcosa di più profondo e complicato in cui l’atmosfera del luogo di fantasia Agrate Brianza esplorata dalla trama, narra, invece, una verità profonda rispetto ad un fascino perverso della borghesia in cui tutti mentono a tutti e in cui perfino la passione e il sesso, obbligano ad indossare delle maschere di menzogna. Una sorta di piccolo ‘Twin Peaks’ all’italiana in cui le inquietudini e il perbenismo della provincia sono attraversati da questioni profonde e irrisolte, come le vite dei protagonisti, affidate alla ciclicità di una stagione arida sul piano umano e perversa sotto il profilo di un’umanità assente dove il conflitto tra le persone è totale e dove la disperazione assume volti diversi e dove le vite delle persone sono quantificate con termini assicurativi esattamente come quello che dà il titolo al film e al romanzo di Amidon di cui Virzì ci restituisce la pacata violenza e il furioso senso di incomunicabile solitudine di tutti i protagonisti. 

Il Capitale Umano è un film di grande valore, soprattutto, perché - dopo la sua visione - mette in moto una serie di domande e di emozioni, destinate a durare a lungo dopo la visione, soprattutto, perché sembrano riguardarci molto di più di quanto, forse, siamo disposti ad ammettere con noi stessi. 

Scritto da Marco Spagnoli
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