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Il buon giorno si vede dal becchino

Attualità, Recensioni

13/02/2013

Senza dubbio il quinto capitolo della saga di Die Hard è anche uno dei più spettacolari e cruenti che si apre in maniera rocambolesca tra ammazzamenti a sangue freddo, esplosioni, incidenti e sparatorie. Ambientato a Mosca, il film racconta le peripezie del poliziotto John McClane per andare a recuperare suo figlio in Russia e salvarlo da una condanna all’ergastolo. Le sue informazioni relative al presunto coinvolgimento del figlio in un traffico internazionale di droga, però, si rivelano errate. Il ragazzo ha a che fare con qualcosa di molto più grosso e il suo ruolo, certamente, è molto diverso da quello che era stato detto al detective di New York. Così McClane interpretato in maniera sempre carismatica, ma anche senza troppo sforzo da Bruce Willis, si trova alle prese con qualcosa di molto più grande di lui in un’avventura spettacolare che lo porterà dal centro di Mosca fino a Chernobyl.

A tratti divertente, Die Hard – Un buon giorno per morire arriva al cinema poco dopo il ritorno di Arnold Schwarzenegger sul grande schermo: anche qui la formula del cinema anni Ottanta, ovvero del western senza troppe domande viene applicata, in virtù del tempo che passa, al legame padre – figlio che Willis sviluppa con Jai Courtney impegnato a portare sullo schermo un degno erede del personaggio nato oltre venti anni fa. Peccato che la sceneggiatura in cui avviene questo contesto oltre ad avere una serie di falle evidenti, non sfrutta al massimo le potenzialità dei personaggi, lanciandosi invece in un action thriller cafone e pretenzioso. Colpa, senza dubbio, del regista John Moore, che pur avendo un evidente talento nella costruzione delle scene, nel replicare e massimizzare un certo cinema d’azione del passato, sfruttandone in pieno il fascino e l’impatto visivo, appare non del tutto in grado di gestire la narrazione se non in maniera schematica. Dopo ogni momento adrenalinico c’è un dialogo pseudo intimista, ad ogni sparatoria, segue una battuta da eroi ‘reaganiani’ (il Presidente viene anche citato da gente che non era ancora nata all’epoca!) strafottenti e anche un po’arroganti. I momenti migliori del film sono tutti di Bruce Willis e del suo giocare a fare il padre che non si rassegna alla pensione e che vuole aiutare suo figlio che scopre essere una persona molto migliore di quanto credesse.

Facendosi largo sparando tra stereotipi e situazioni prevedibili, McClane resta un personaggio iconico della fine degli anni Ottanta, alle prese con un presente cinematografico che non gli rende onore. Per scrivere e girare delle storie, infatti, non basta essere dei fan, bisogna rispettare i personaggi in un’evoluzione narrativa adeguata ai tempi, ma anche alle aspettative del pubblico del ventunesimo secolo. La nostalgia e gli attori non bastano ci vogliono le idee e la capacità di raccontarle.

Scritto da Marco Spagnoli
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