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Gulliver reloaded: la recensione

Recensioni

04/02/2011

Quel bacchettone di Jonathan Swift non avrebbe gradito. Della sua prosa allegorica di critica sociale (del suo tempo che era all'incirca il 1700) non c'è rimasto nulla. Anzi, il tono è decisamente da presa per i fondelli. Scordatevi lo sfortunato quanto fedele marinaio di Sua Maestà. Adesso quel faccia di bronzo di Gulliver, che fino ad ieri era un microbo sociale, trapiantato per romanzesco accidente nell'isola dei lillipuziani dove la sua mole titanica svetta sui microscopici e non parimenti evoluti abitanti, finisce per montarsi la testa e scambiare la sua debordante fisicità per superiorità. Ai minuscoli locali, fatte le debite proporzioni, non resta che crederci, elevando il 'grande uomo uscito dalle acque' ad una specie di idolo. Almeno per poco. Ma lasciamo intatta la trama da scoprire in sala. Perché la storia di Gulliver è solo un pretesto, molto ingegnoso e un pò snob, per mettere in scena lo spiritello birichino e ironico di Jack Black. E' suo il film, e Gulliver è solo una citazione 'grafica', quasi caricaturale, di un goliardico quanto talentuoso interprete, che coglie ogni occasione per rubare la scena al personaggio. Un pò come, ma siamo distanti anni luce, Trosi e Benigni in Non ci resta che piangere. Non mancano, e sono davvero le cose più divertenti, le citazioni cinematografiche, o demenziali. Tutto il resto è Jack Black, che si 'allarga' non solo fisicamente ma anche artisticamente in una prova davvero 'titanica', aggiustandosi la sceneggiatura e lasciando alla regia uno sguardo macroscopicamente tridimensionale.

Scritto da Piero Cinelli
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