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Gli sfiorati dal 2 Marzo nelle sale, la conferenza stampa

Attualità, Interviste, Personaggi

22/02/2012

Di questa pellicola vi avevamo già parlato al tempo delle Giornate professionali di cinematografia: Gli sfiorati, adattamento dell'omonimo romanzo di Sandro Veronesi arriva finalmente nelle sale il 2 Marzo, per Fandango.

Dietro la macchina da presa Matteo Rovere, giovane regista di cortometraggi che ha esordito sul grande schermo nel 2008 con Un gioco da ragazze, selezionato in concorso al Festival del cinema di Roma.

La storia è quella di un amore, uno di quegli amori impossibili. Mète e Belinda sono figli dello stesso padre, ma praticamente non si conoscono. Lui è un grafologo serio e riflessivo, lei una diciassettenne sfuggevole che vive come se tutto le scivolasse addosso. Quando i genitori decidono di sposarsi, Belinda torna a Roma e i due fratelli sono costretti a condividere per qualche giorno la casa di lei nel centro della città. La convivenza non è immediatamente idilliaca: la differenza di età è sicuramente un deterrente, oltre al rapporto conflittuale di Mète con il padre Sergio, commentatore sportivo di una TV locale, del quale non accetta le scelte di vita, soprattutto la volontà di risposarsi con la madre di Belinda, Virna. Accanto ai due ragazzi si muovono Damiano, Bruno, Sofia e Beatrice Plana. Sono loro Gli sfiorati cui il titolo fa riferimento, giovani eroi di una generazione che cerca di vivere ogni cosa, di afferrare tutto quello che gli scorre intorno: lo sperpero, il caos allo stato fluido, le rincorse metropolitane, il televisore perennemente acceso. La storia mette in campo gli sbandati fratelli minori degli anni duemila, fissandone il carattere liquido e accelerandone il destino.

Rispetto al romanzo originale, ambientato negli anni 80, il film si svolge ai giorni nostri. “È stato Domenico Procacci a farmi leggere questo romanzo, che prima non conoscevo – spiega Rovere - Mi sembrava un libro un po' misterioso: c'era una specie di aura intorno a quel testo, un amore che evidentemente aveva colpito le persone che negli anni lo avevano incontrato tra le loro letture”. Il regista racconta di come abbia cercato di divertirsi e far divertire lintero cast durante le riprese, nel cercare di creare una pellicola che fosse emozionante e profonda, ma anche leggera e fruibile da tutti.

La sceneggiatura è stata scritta da Rovere stesso insieme a Laura Paolucci e Francesco Piccolo.  "Abbiamo iniziato a scrivere, cercando di far rinascere questi misteriosi Sfiorati, immaginandoli pronti a muoversi e incontrarsi anche oggi – aggiunge il regista -Mi sono sforzato di trovare un cuore all'interno di questo romanzo che potesse essere interessante da raccontare. Ho immaginato i personaggi come se vivessero oggi e non negli anni Ottanta. Ecco, la sfida è stata proprio questa: far rivivere quei personaggi nella contemporaneità per scoprire se la loro avventura e le loro problematiche avessero ancora un senso”. Il cast è interamente composto di giovani attori ormai molto noti nel panorama italiano: Andrea Bosca è Mète, la giovane Miriam Giovanelli è invece Belinda. “Interpretando Méte, Andrea ha fatto un lavoro splendido, di studio e di immedesimazione, donando un cuore al personaggio, cercando di infondergli sentimenti e personalità vere – lo elogia il regista - È il sogno di ognuno avere un attore che si metta in gioco fino in fondo, senza paura e prendendosi dei rischi, nel tentativo di rappresentare un personaggio che arrivi allo spettatore.

Come si è preparato al ruolo il giovane attore? “Ho avvicinato Méte attraverso la lettura del libro di Sandro, che poi è sempre il flusso di pensieri di Méte – dice Bosca - Leggendo la sceneggiatura, mi sono domandato: 'e ora come lo faccio? Un film è un insieme di parole, ma anche di immagini, e quindi non si può dire tutto. Ho dovuto rinunciare alle spiegazioni come all'abitudine che noi attori abbiamo di appiccicare ai personaggi qualcosa di preordinato. Ho studiato, per 6 mesi, poi, quando sono arrivato sul set, ho capito di dover azzerare tutto e di dover ricominciare da capo". Per completezza l'attore ha anche frequentato un corso di grafologia come spiega lui stesso: "E' stato divertente – ride - Naturalmente non si diventa grafologi in sei mesi, ma ho studiato tutti i manuali che ho trovato e mi sono emozionato, perché è bellissimo sapere quello che capita negli altri, dando magari per la prima volta importanza a cose che sembravano prive di senso. E' affascinante. A me succede lo stesso quando vedo entrare in scena un attore. Lo guardi e pensi di aver capito com'è".

Anche Claudio Santamaria, che interpreta Bruno, un collega di Méte, si è appassionato alla grafologia. "Per un attore" - ci ha detto - "la grafologia è una cosa interessantissima. Non ho avuto molto tempo per immergermi in questo mondo, ma quello che ho potuto capire è stato fantastico: attraverso la calligrafia si copre davvero la personalità di qualcuno. Credo che non sarebbe male creare un personaggio teatrale o cinematografico proprio partendo dalla grafia". Ma che cos'è quindi la 'sfioratezza'? "Secondo me è uno dei non detti più forti del film – azzarda sempre Bosca - perché per quanto tutti cerchiamo di dare una definizione a questa cosa, non combacia mai con la cosa stessa. Chiunque pensa di possedere questa cosa che è sfuggente, in realtà non è nel posto giusto, perchè l'indeterminatezza è qualcosa che non si può possedere, è un essere liquido". Al fianco di Bosca e Giovanelli troviamo anche Aitana Sanchez Gijon nei panni di mamma Virna, Asia Argento, ed un bravo Michele Riondino, attualmente molto richiesto tra cinema e tv: lo vediamo in questi giorni nei panni del giovane Commissario Montalbano nella fiction omonima. A proposito del suo personaggio Santamaria ha dichiarato di non averlo amato all'inizio. “La difficoltà è stata cercare una caratterizzazione fisica e un modo di esser completamente diverso dal mio - ha spiegato - Abbiamo tentato varie strade finché non abbiamo trovato il profilo più terreno del mio personaggio, Bruno, che trova la sua evasione nel lavoro, creando la teoria degli sfiorati, una categoria non catalogabile in una tipologia preesistente senza punti fermi, che vive in maniera mutevole.

La pellicola è stata girata interamente a Roma nel centro storico. "Nel lbro" – ha concluso Rovere - "c'è una frase che secondo me è un po' la chiave nascosta del film, 'I profili dei palazzi del centro di Roma visti dalla strada non sono mai dritti'. Questa città che è tante cose, tante epoche, tanti stili architettonici diversi è perfettamente in linea con la sfioratezza dei nostri personaggi, che credono di abitare i luoghi, ma che in realtà non li possiedono, se ne appropriano rifugiandosi dentro le case, ma si trovano disorientati. Anche all'interno di una città così presente e così poco sfiorata, c'è la sfioratezza. E' uno dei punti di forza della storia".

Dal 2 Marzo in sala per Fandango in 80 copie.

Scritto da Manuela Blonna
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