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Giuliano Montaldo con L’Industriale accende il Festival!

Attualità, Interviste

30/10/2011

Presentato Fuori Concorso, L’Industriale, è l’ultimo lavoro di uno dei più importanti autori del cinema italiano, Giuliano Montaldo, che con film come Sacco e Vanzetti (1971) e L’Agnese va a morire (1976), da sempre è attento agli snodi cruciali della storia del nostro Paese. Con questa sua opera il Maestro è tornato a firmare una storia magistralmente girata, fotografata (un plauso al direttore della fotografia Arnaldo Catinari), interpretata e scritta, insieme ad Andrea Purgatori. Il film è piaciuto moltissimo e ha lasciato un segno. Dopo la proiezione e durante gli incontri stampa gli spettatori e i giornalisti hanno continuato a parlare e discutere su quello che avevano appena visto.

La storia di Nicola un industriale torinese che ha ereditato una ditta dal padre e che, a causa della devastante crisi economica globale, sta per chiudere bottega con conseguenza del licenziamento di moltissimi operai. In una Torino dai grigi saturi, attraverso questa figura di imprenditore self made man, si parla di un uomo che, oltre all’azienda, rischia seriamente di fare naufragare anche il suo matrimonio e di mandare a rotoli la sua intera esistenza.

Giuliano Montaldo, classe 1930, uno dei più ‘giovani’ registi come spirito e verve che abbiamo incontrato arriva insieme ai suoi compagni di avventura, in primis Nicola ovvero un bravissimo Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini che nel film è Laura, la moglie dell’industriale. L’attrice aveva già lavorato con Montaldo nel suo film precedente I Demoni di San Pietroburgo del 2008.

“Quando ripenso alle settimane di lavoro per realizzare L'industriale – afferma Montaldo - le due prime immagini sono: freddo - calore. Il calore, l'amicizia, la passione, la straordinaria professionalità dei miei compagni di avventura; il freddo, la città di Torino nei mesi di gennaio e di febbraio. Nebbiolina, pioggerellina, nevischio”.

“Quello che mi ha spronato a raccontare questa storia è che oggigiorno, il danaro non ha patria... Sulle prime pagine dei giornali, a caratteri cubitali, si legge che sono stati bruciati milioni e milioni di euro.  Ma l'orrenda pira dov’è?  Chi è il boia che appicca il fuoco? La crisi è devastazione e lacrime, come nelle guerre. Tutti siamo a conoscenza di imprenditori che travolti dal fallimento si sono suicidati. Molti erano operai che avevano costruito - con l'aiuto dei compagni di lavoro - delle piccole imprese. Il dolore e l'umiliazione per una sconfitta, inaccettabile dopo tanti sacrifici, sono eventi troppo forti”.

“Leggendo queste drammatiche storie – continua il regista – insieme a mia moglie Vera abbiamo deciso di scrivere un soggetto: la storia di Nicola Ranieri, un giovane industriale che ha ereditato l'azienda dal padre, un operaio emigrato a Torino dalla Puglia negli anni del boom economico. Nicola ha una moglie, ricca proprietaria terriera. Basterebbe una sua firma o quelle della superba suocera per ottenere dalla Banca la sopravvivenza dell'azienda in crisi. Ma l'orgoglio, la tenacia, la testardaggine di Nicola... sono di Nicola, che è fatto così. Poi con il coinvolgimento del bravissimo Andrea Purgatori siamo arrivati a redarre la sceneggiatura del film, ed eccolo qui”.

Pierfrancesco Favino cosa pensa del momento che il nostro Paese e non solo l’Italia sta vivendo e del suo Nicola, come lo vede? “Penso innanzitutto che questo non sia un film sulla crisi economica – dice l’attore – o almeno non solo su questo. E’ una storia che si muove su questa realtà che non è da spiegare perché oramai purtroppo ci è famigliare. Nicola non è un fallito, è un uomo tenace nel lavoro, ostinato. Ma lo è altrettanto anche nella vita privata e in questo modo si rischia di diventare ottusi, di non riuscire a vedere più come stanno realmente le cose. Oggigiorno si parla solo di soldi e molto poco della vita. Ci sono persone che stanno al potere e parlano solo di numeri, ma chi parla di numeri ha i soldi e, chi invece, ha il problema di non sapere come comprare il latte di questi numeri non sa che farsene. Siamo alla lotta quotidiana. Il lavoro non è solo profitto è quello che siamo, e noi siamo degli individui e non dei clienti. Se non riconosciamo più i valori finiremo come stiamo finendo...”.

“Laura – afferma Carolina Crescentini – è donna controversa, è in grande crisi esistenziale e sono tre anni che vive così e non ce la fa più. Vuole aiutare il marito che ama moltissimo ma lui non glielo permette e così cerca qualcuno che possa farla ridere, farla sentire, riconoscerla, e non trattarla come se fosse un essere invisibile. E quando sei nel totale bilico, in un profondo squilibrio fai di tutto per ritrovare una tua collocazione”.

“Ringrazio ancora Montaldo per avere pensato a me per il protagonista di questo film – continua Favino – dato che tocca dei temi a me molto cari. Come il tema del lavoro e di come attualmente lo si sottovaluti, non gli si dà il valore che merita, c’è un totale appiattimento di questo concetto schiacciato da quello del solo profitto. A me piace lavorare, faccio quello che sognavo e mi ritengo molto fortunato. Ho 42 anni, sono un attore maturo e non un esordiente, una persona appassionata alla vita sociale e mi prendo tutte le responsabilità che queste affermazioni comportano. E’ proprio alla mia età che bisogna dare la zampata e lasciare un segno, in tutto quello che si fa. Non se ne può più in questo Paese di considerare giovani gente di settant’anni. Io ne ho quaranta e sono un adulto, i giovani sono quelli di vent’anni. Il Presidente degli Stati Uniti ha cinquant’anni. Dico questo perché la crisi che ci circonda, non solo economica, ma morale, etica è dovuta anche a questo modo vecchio, inutile, insensato di pensare. Così non si va da nessuna parte, si tira a campare, fino poi a scoprire che anche quel modo di vivere ha una sua fine. Se fossimo dei leoni avremmo scalzato il vecchio capo branco e non mi riferisco ad una persona in particolare. Diamo fiducia a chi ha quarant’anni perché è un'età vigorosa. Come vigoroso è il mio Nicola, che è un uomo molto forte, al quale ad un certo momento capita un evento drammatico che lo divora. Ma lui la sua battaglia non la molla mai, dall’inizio alla fine”.

Perché un film di questo valore non è in concorso? E Montaldo si mette a cantare: “Non ho l’etààààà..... per il concorsoooo. Scherzo, ma è così. Io ho iniziato a fare cinema sessantadue anni fa. Volevo fare l’attore poi al primo provino mi hanno detto che ero un cane e mi sono buttato sulla regia. Mi ricordo che già allora, era il 1950, un macchinista mi disse: “Giuliano ma vuoi fare il cinema? Cambia mestiere, il cinema è in crisi!”. Quindi come vedete siamo precari da sempre, ma non lo dico con tono lamentoso, lo dico per fare capire che dobbiamo riprenderci, subito, ora. Riprendere il timone in mano e non lasciarci trasportare dagli sciacalli”.

Che cosa si augura con questo suo nuovo film? “Soprattutto che faccia riflettere gli spettatori. Vorrei che alla fine della proiezione fuori dalla sala si creassero dei capannelli di persone pronte a discutere, se occorre anche a litigare sulla vicenda che abbiamo raccontato. Se questo succede il film ha vinto, vuol dire che se ne parla, che è un film che rimane. Spesso accade e allora viva il cinema”.

Su questo punto, Montaldo ha fatto centro, almento al Festival di Roma. Per l’appuntamento nei cinema vi rimandiamo ai primi mesi del 2012 quando L’Industriale arriverà distribuito da 01 Distribution.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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