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Gente di Dublino

Attualità, Recensioni

05/10/2011

E’ per certi versi il film più ambizioso e complesso diretto da Paolo Sorrentino. This Must be the Place è un racconto di formazione di un adolescente mai cresciuto: una rockstar in pensione che sembra una sorte di fusione ideale tra Siouxie & the Banshes e Robert Smith dei Cure che vive in un piccolo mondo cristallizzato dal tempo che fu. La presentazione che ce ne fa Paolo Sorrentino è sospesa tra la farsa e il dramma: la Dublino dove vive ritirata Cheyenne, questo il nome dell’ex star del rock, costituisce uno sfondo per una vita di mezz’età senza un vero e proprio futuro degno di questo nome.

Interpretato da Sean Penn, l’ex musicista coperto di trucco e da una chioma di capelli neri molto anni Ottanta, è una sorta di maschera della commedia in un contesto sospeso tra l’idillio e l’incubo urbano che potrebbe ricordare le case del proletariato di The Wall dei Pink Floyd.

Questo piccolo mondo ‘antico’ e, almeno in apparenza, eternamente uguale a se stesso, viene sconvolto dalla notizia della morte del padre dell’uomo a New York. Cheyenne parte alla scoperta di un genitore da cui era si era estraniato trenta anni prima. Tra le sue carte, però, scopre non senza un certo stupore il desiderio di vendetta del defunto che non aveva mai davvero conosciuto e che aveva trascorso la vita ad odiare. L’anziano ebreo, infatti, aveva trascorso parte della sua vita nel desiderio di riuscire ad uccidere il suo aguzzino di Auschwitz, rintanatosi chissà come anche lui negli Stati Uniti, in una provincia distante e sonnacchiosa disposta a perdonare anche i peccati più inconfessabili a patto di uniformarsi ad un orizzonte visivo fatto di tendine, pizzi e stazioni di servizio.

L’avere a che fare con l’eredità paterna sarà il banco di prova per un uomo che sa di dovere una volta per tutte chiudere i conti con il passato, se vuole davvero andare avanti verso il proprio presente.

Interessante, il film è reso frammentario e frammentato da una colonna sonora composta da David Byrne un po’ ridondante rispetto all’atmosfera di un film in cui la sottrazione sarebbe stata, forse, in grado di rendere al meglio il piano personale della narrazione. This Must Be the Place è un film coraggioso che porta il cinema di Paolo Sorrentino a conquistare una dimensione internazionale in cui l’autore napoletano dimostra il suo grande talento per cogliere con lo sguardo qualcosa di inaspettato e inatteso. Merito anche di Sean Penn che offre una grande interpretazione di un uomo che pur avendo ben chiaro tutto, sembra costantemente incapace, o almeno, ostacolato nell’esprimere l’io che è diventato.

I momenti migliori del film sono quando Sorrentino segue ossessivamente con la macchina da presa Penn e la partitura emotiva del film è affidata al celebre brano classico di Arvo Part Spiegel Im Spiegel. La suadente musica del compositore ungherese riporta la narrazione su un piano intimo, lasciando da parte una serie di battute, situazioni più o meno ridicole e voci off che, forse, Sorrentino avrebbe fatto meglio a mettere da parte, perché l’unico vero risultato raggiunto è quello di distrarre il pubblico dal cuore narrativo di una storia preziosa e intelligente in cui il dramma personale di un protagonista improbabile si declina dinanzi all’orizzonte di un passato tragico e doloroso come quello della Shoah.

L’eccessiva durata del film, non giova, poi, per cogliere quello che fino in fondo è un lavoro importante, in cui il cinema italiano dimostra la sua capacità di sprovincializzarsi raccontando storie che non gli appartengono immediatamente e in cui a riconoscersi sono soprattutto i quarantenni come Sorrentino cresciuti con il mito del punk londinese e del pop anni Ottanta.

Visivamente interessante e stimolante sul piano intellettuale, This Must be the Place ha un unico peccato: quello di non riuscire ad emozionare fino alla fine, affidando ad una voce fuori campo, un percorso emotivo e narrativo chiari che sarebbe stato meglio affidare all’introspezione e alla personalizzazione di un racconto intrigante e sublime nel suo affondare la lama dell’analisi in un un’umanità lacerata.

Un percorso di formazione molto adulta in cui il protagonista dovrà trovare la capacità di confrontarsi con quella violenza che ha sempre sentito appartenere alla sua vita senza sapere bene perché.

Per quanto complesso e, per certi versi, decisamente non facile, This Must Be the Place è un film importante e interessante, da vedere per apprezzare ancora una volta l’immenso talento di uno dei più grandi registi italiani di sempre.

Scritto da Marco Spagnoli
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