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Figli delle stelle… ‘senza storia senza età eroi di un sogno’

Attualità, Interviste

18/10/2010

C’è la canzone di Alan Sorrenti a cui Lucio Pellegrini ha preso a prestito anche il titolo per il suo nuovo film Figli delle stelle. Una commedia divertente, nostalgica (ma non malinconica), fortemente radicata nel nostro presente con un gruppo di improvvisati ‘soliti ignoti’ sequestratori, talmente umani che non si può non amare. E la forza del film sta proprio qui. E i loro nomi sono: Pierfrancesco Favino (Pepe),  Fabio Volo (Toni), Giuseppe Battiston (Bauer), Claudia Pandolfi (Marilù), Paolo Sassanelli (Ramon) e la ‘vittima’ di turno, Giorgio Tirabassi (il sottosegretario Stella). Stanchi della loro precarietà, non solo lavorativa ma anche esistenziale, i cinque decidono di rapire un ministro per cercare di muovere l’opinione pubblica su questa politica corrotta, fatta da personaggi squallidi e che pensano solo al loro interesse. E, soprattutto per risarcire con i soldi del riscatto, la moglie di un uomo morto sul posto di lavoro. Ma essendo dei ‘figli delle stelle’, dei sognatori, tutti un po’ stropicciati dalla vita si sbagliano. E al posto del ministro prendono uno dei suoi sottosegretari, tra l’altro l’unico che usa il potere che ha in maniera legittima e costruttiva. E così la pellicola di Pellegrini, inizia con un tono piuttosto realistico, che manterrà ma con impennate nel grottesco e nel surreale, con l’avanzare della storia.

“Io e i due sceneggiatori che hanno collaborato con me – ci dice Pellegrini – abbiamo sempre voluto fare un film ambientato nel mondo di oggi. In questa realtà conflittuale, virtuale, dove vige il precariato più totale e impera la tecnologia utilizzata in maniera frustrante. Con dei protagonisti che, invece, non rientrano in questi canoni, o perché li rifiutano o perché la società rifiuta loro. Quindi come succedeva nella migliore commedia all’italiana le dinamiche partono da un forte disagio, dal sentirsi fuori luogo. E parliamo di persone che hanno superato tutti i 35 anni non di ragazzini. Ci piaceva anche l’idea che a rendere ancora più eversiva la situazione, questi cinque prendono in ostaggio uno dei pochi politici perbene che ci sono in giro al momento”.

Perché proprio il titolo Figli delle Stelle? “In realtà – continua il regista – il film inizialmente aveva un altro titolo. Poi quando si rifugiano in Val d’Aosta con l’ostaggio, in questa casa chiusa da trent’anni, e ritrovano quei 45 giri tra i quali c’è anche quello di Alan Sorrenti, ho pensato che fosse il nome perfetto. Loro cinque sono tutti un po’ anni ottanta, sono nostalgici ma non tristi o malinconici, perché sono arrabbiati. E le canzoni che sentite nel film li rappresentano, li raccontano. Inoltre era mia intenzione rifarmi a quel cinema italiano degli anni ’60 e ‘70 che amo tanto, quindi la musica, l’abbigliamento, i mestieri che fanno tutto riporta ad un altro mondo al quale loro appartengono, che non è quello che si ritrovano a vivere. Se posso aggiungere credo che la riuscita del film si debba al cast che è veramente fantastico e ha creato, improvvisando molto e mettendoci tanto del loro, dei caratteri con i quali il pubblico entra immediatamente in empatia”.

A questo proposito ci dice Pierfrancesco Favino: “Io non so voi ma non io non li trovo così anacronistici. Anche io nella vita guardo la realtà e mi sento vintage perché la velocità con la quale si muovono le cose mi porta sempre a rincorrerla, è come se non la intercettassi. Ciò che ho trovato più interessante nella sceneggiatura è stato proprio il fatto che il loro essere ‘fuori dal tempo’, precari, non è solo una questione legata al lavoro. E’ una nostalgia esistenziale, fatta di sogni che non si sono realizzati e che si allontanano sempre di più. Il mio personaggio dice una battuta che è esemplare: “Vorrei che tornassero i dibattiti, ma senza Internet”. Questo vi dice il bisogno che c’è di un certo tipo di comunicazione che è completamente sparita e che non tornerà mai più ma di cui la gente ha bisogno. Il comunicare, il parlare in maniera solo o sempre più virtuale, è devastante. Per me sono dei vinti/vintage”.

In tutto questo infatti i veri ‘cattivi’ sono la comunità montanara che in primo momento si allea coi rapitori e poi applaude quando il ministro viene liberato e loro arrestati. Insomma tutti quelli pronti a saltare sul carro dei vincitori... “Infatti è così... - dice Pellegrini – Loro rappresentano quella parte di Italia che guarda solo al suo orticello e ai propri interessi quindi a seconda di dove tira il vento cambiano opinione”.

“Il mio Bauer – aggiunge Battiston – è a differenza di loro un puro. E’ uno disgraziato perché fa ancora l’assistente universitario per due lire, è rancoroso ma vigoroso, con i suoi ideali ai quali non ha mai rinunciato. Proprio per questo diventa anche il polo di aggregazione fra di loro quando ci sono degli screzi”.

Insomma uno sguardo su un gruppo di perdenti con un intento molto legato al cinema di Mario Monicelli, senza pensare in particolare ad un capolavoro come I soliti ignoti. Ma a quei caratteri così solidali, veri, altruisti che, nonostante, il gesto da condannare che compiono, non perdono mai il supporto del pubblico. E siamo sicuri che buona parte degli spettatori troverà in loro qualcosa nel quale rispecchiarsi. Con un Fabio Volo che per tutto il film indossa un giubbotto di jeans con il pelo (e afferma ‘ho accettato solo perché Lucio mi ha garantito che a fine riprese me lo regalava, ce lo avevo identico da ragazzo’), Battiston con colbacco e eschimo (‘l’eschimo è mio’, afferma l’attore, ‘ed ero sicuro quando l’ho comprato che un giorno mi sarebbe servito’), Claudia Pandolfi con tute da sci che ci riportano alla ‘Valanga Azzurra’, Sassanelli in giacca di pelle nera lunga fino ai piedi (che, come dice Volo, ‘lo rende molto Matrix, un Keanu Reeves barese’) e Favino con i capelli lunghi e un piumino arancione difficilmente dimenticabile.

Figli delle stelle sarà nei cinema dal 22 ottobre per Warner Bros. in 250 copie.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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