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E.T. non abita più qui

Attualità, Recensioni

13/09/2012

Più che di un prequel di Alien saga che Ridley Scott aveva iniziato nel 1979, si deve parlare di un primo capitolo di una nuova possibile e, forse, perfino probabile ‘trilogia’. Prometheus, infatti, è un’affascinante e adrenalinica avventura siderale dove la ricerca di chi ha creato l’umanità, incontra il non piccolo ostacolo di una specie aliena decisamente letale per chiunque si pari sul suo cammino.

Tutto inizia nelle caverne di un’isola scozzese in cui dei dipinti rupestri indicano a degli archeologi la via delle stelle per raggiungere un pianeta lontano dove, a quanto pare, vivono ‘gli ingegneri’ che hanno creato la razza umana.

E’ il 2079 e solo qualche anno dopo una nave stellare di nome ‘Prometheus’ è in viaggio per una costellazione lontana che assomiglia molto a quella trovata non solo in Scozia, ma anche in altri luoghi del mondo distanti tra loro e senza alcun contatto.

Un segnale di visitatori provenienti dalle stelle che, in un certo senso, potrebbero avere invitato la razza umana a raggiungerli. Solo che – si sa come vanno le cose nell’evoluzione – un dinosauro là, una scimmia qui - gli esseri umani rispondono all’invito con 35.000 anni di ritardo e, dunque, non sono certi se i loro creatori sono ancora a casa ad aspettarli.

Oltre ai due archeologi, la spedizione finanziata da un ricco e malato signore, annovera un’algida scienziata e una truppa di altri quattordici tra scienziati e astronauti.

Arrivato sul pianeta dall’atmosfera ostile, il gruppo di uomini e donne inizia a fare delle scoperte sensazionali. Esseri extraterrestri altissimi, ma con lo stesso DNA umano morti in circostanze misteriose a contatto con liquidi organici nerastri e dall’aspetto sinistro. Quando qualcosa inizia a colpire l’equipaggio diventa chiaro a tutti che quella missione è venuta in contatto con esseri pericolosi da cui, forse è meglio scappare anziché intrattenersi a dialogare con il proprio creatore.

Un finale in crescendo restituisce, però, il senso di un film che nonostante le venature horror si distacca sensibilmente dalla saga originale, sconfinando, anche piacevolmente, nel territorio non del tutto inesplorato di una fantascienza animata da un’ansia metafisica. Un po’ sullo stile di Solaris e di 2001 con un ‘primo contatto’ tra creatura e creatore abbastanza imprevedibile e inquietante, ma anche foriero di interrogativi sospesi tra scienza e religione.

Prometheus è un film molto interessante e con tantissimi momenti di grande cinema. Nonostante un 3D che, francamente, non sembra aggiungere nulla al godimento delle immagini straordinarie di per sé, questa nuova avventura di Ridley Scott trova il suo unico vero limite nella natura stessa del progetto. Troppi gli interrogativi aperti, troppe le domande lasciate sospese in attesa di un possibile sequel che, da quello che leggiamo, sembrerebbe essere già in produzione.

Una cosa è lasciare i finali aperti per nuovi eventuali episodi, un’altra è sbilanciare a favore del futuro il pieno godimento di un film. La differenza fondamentale tra Prometheus e la saga di Alien, nonché quella tra le due protagoniste Noomi Rapace e Sigourney Weaver è che mentre nell’originale avevamo due esseri simili, due femmine a lottare per la rispettiva sopravvivenza, qui la trama – slittata su un piano più intellettuale – racconta di un gruppo di persone, speranzose nell’incontro con una sorta di divinità che li ha visitati l’ultima volta migliaia di anni fa e che, accidentalmente, inciampano su esseri contro cui sono pressoché inermi.

Prometheus propone alcuni personaggi particolarmente riusciti: Charlize Theron splendida più che mai è una figura ambigua che solo nel finale rivela la sua vera identità e le sue intenzioni dando un afflato quasi shakespeariano alla trama. David, l’alieno interpretato da Michael Fassbender che sembra uscito da un film di Luchino Visconti, invece, per quanto fascinoso è troppo stereotipato e perde nel paragone con altri automi della fantascienza cinematografica e dintorni a partire dal confronto con lo Ian Holm dell’Alien originale. Interessante, però, in compenso, il suo ruolo di infido guardiano e di spietato esecutore, che guarda con malinconico sospetto l’angoscia esistenziale degli scienziati al confronto con esseri che sembravano Dei e che si rivelano per essere qualcos’altro di inaspettato.

Tra i tanti grandi meriti di Ridley Scott c’è anche quello di avere, però, riportato il cinema di fantascienza ad una sua dimensione adulta, non cafona, non romantica senza piccoli omini verdi o esserini con ansie telefoniche, ma guardando indietro al cinema degli anni Settanta di cui lui è uno dei massimi esponenti. Una scelta importante, complessa e sorprendente che vede coinvolto come sceneggiatore quel grande talento che è Damon Lindelof autore di Lost e collaboratore con JJ Abrams per i nuovi Star Trek.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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