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Due vite per caso, aspettando Godard

Attualità, Interviste

05/05/2010


L’Aspettando Godard
nel film di esordio di Alessandro Aronadio è il nome del locale che Matteo, il protagonista interpretato da Lorenzo Balducci, e il suo amico Sandro (Riccardo Cicogna) frequentano abitualmente. E’ un nome che suggerisce un po’ tutto il tema che sta dietro la storia, ovvero, il gioco con L’Aspettando Godot di Samuel Beckett e il riferimento al regista Jean-Luc Godard, un vero rivoluzionario del cinema. Sì perché Matteo è un giovane in attesa, come tanti, che la sua vita trovi una strada, una realizzazione. In questa attesa, in questa adolescenza prolungata che sembra non finire mai, nasce una rabbia dentro di lui che sfocerà in azioni violente. Due vite per caso è liberamente tratto dal racconto di Marco Basonetto ‘Morte di un diciottenne perplesso’ ed è tutto giocato su un doppio binario, un po’ alla Sliding Doors, dove Matteo vive due vite parallele completamente opposte. Due esistenze giocate su due barricate, apparentemente inconciliabili, in realtà sostenute dagli stessi problemi, dalle medesime perplessità, dalla stessa voglia che arrivi qualcosa a sconvolgere una esistenza senza qualità. Nel cast anche Isabella Ragonese, Ivan Franek, e le partecipazioni di Monica Scattini, Rocco Papaleo, Teco Celio. Il film distribuito dalla Lucky Red arriverà nelle sale venerdì 7 maggio in 20 copie. Alla conferenza stampa di presentazione assente Lorenzo Balducci, per sua scelta, in quanto al momento in una posizione piuttosto delicata essendo figlio di Angelo Balducci, l’ex-Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dal settembre 2005 al febbraio 2010, nonché responsabile dei contratti per i lavori del G8 alla Maddalena. Tornando al film ci racconta l’esordiente Aronadio, con una lunga esperienza di aiuto regista alle spalle: “Due vite per caso nasce dal mio innamoramento per il racconto di Basonetto e dato che ero in cerca di una storia per debuttare con un lungometraggio ho pensato che sarebbe stata una storia perfetta per il grande schermo. Ho chiamato l’autore, gli ho chiesto se voleva scrivere la sceneggiatura del film insieme a me e, lui da folle perché io non avevo ancora niente in mano, mi ha detto di sì. Ci siamo messi al lavoro e man mano procedevamo ci allontanavamo sempre di più dal suo racconto, a parte l’avere mantenuto la storia a binario doppio. Poi, dopo tre anni e mezzo, da quel primo passo ho trovato un produttore, gli attori, un distributore e finalmente siamo riusciti a realizzare il film”. Che cosa l’ha colpita maggiormente della storia raccontata da Basonetto che poi voi avete, in parte, modificato? “Il fatto che fotografa perfettamente la situazione di ristagno in cui si trova la generazione dei venti e trentenni nell’Italia di oggi. Un Paese che promette alla sua gioventù di avere mille scelte, mille prospettive e poi li mette in attesa. Un’attesa che si prolunga e che diventa frustrante, un continuo pensare ‘prima o poi arriverà anche il mio momento’ e nel frattempo come dice il padre di Matteo nel film: ‘Si tira a campare’. Ma questo non è vivere, non si vive tirando a campare”.
Il film è passato al Festival di Berlino, nella sezione Panorama, ricevendo buone critiche. Che esperienza è stata?
“Berlino, ovviamente, ci ha aiutato molto per potere lanciare il film. Mi ricordo che in quell’occasione dissi: “L’Italia non è un Paese per giovani”, parafrasando i Coen. E questo perché questa mancanza di possibilità, questa precarietà perenne, questa instabilità continua porta nei giovani – e anche in quelli un po’ meno giovani intendo quarantenni – una rabbia repressa che può essere in sé un sentimento importante, vitale ma dipende come viene elaborata. La rabbia espressa può essere trasformata in energia positiva mentre, a volte, può diventare patologica e sfociare nella violenza, quindi nella tragedia. Se penso ai fatti di cronaca ne possiamo citare moltissimi dal G8, al caso Cucchi o Raciti. La cronaca italiana è piena di fenomeni come quelli che racconto, in forma più personale, nel mio film”. Lorenzo Balducci è il protagonista assoluto del film ed è bravissimo. Ha sempre pensato a lui per il suo Matteo Carli? “Assolutamente sì. Lorenzo ce lo avevo in mente mentre scrivevo la sceneggiatura, faceva parte del mio fanta-cast. Poi ho anche visto Gas di Luciano Melchionna dove interpretava un ruolo vicino a quello che gli avrei proposto io e mi sono convinto che era lui l’attore giusto. Quando poi l’ho incontrato ne ho avuto la certezza. Quando si fa un’opera prima è fondamentale che si instauri una totale fiducia tra attori e regista perché hai pochi soldi, poco tempo e se non c’è disponibilità da parte di tutti è impossibile riuscire nell’impresa. In questo Lorenzo è stato straordinario come la sua performance, quella di un ragazzo apparentemente calmo, tranquillo, taciturno, ma nel quale riesci a intravedere tutta la rabbia, la voglia di uscire, di sfogarsi che c’è in lui”. Oltre all’omaggio a Godard da non perdere nel film la scena in cui Tatti Sanguineti spiega ad una classe di allievi di cinema il finale di I 400 colpi di François Truffaut. Quel fermo immagine sul volto di Antoine Doinel dice più di mille parole.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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