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Django Unchained di Quentin Tarantino

Attualità, Recensioni

04/01/2013

Uno dei migliori film di Quentin Tarantino e, in assoluto, uno dei più interessanti Spaghetti Western di sempre, in grado di dare continuità e soprattutto significato ad un genere reso grande in passato da registi beneamati da Tarantino stesso come Sergio Leone e Sergio Corbucci.

La storia di un ex schiavo diventato cacciatore di taglie, grazie ad un eccentrico mentore, un dentista tedesco dal grilletto facile, interpretato da Christoph Waltz, si trasforma nell’occasione spettacolare e in alcuni momenti perfino commovente, per raccontare la schiavitù e la sopraffazione dei bianchi contro i neri.

Ambientato nell’America lacerata e sull’orlo della guerra civile, Django è un film nonostante tutto divertente e affascinante che per oltre due ore e quaranta descrive la brutalità di un mondo dove le vite di uomini e donne sembrano non valere nulla rispetto alla follia collettiva ispirata dalla cultura dell’abuso.

Per quanto imperfetto, Django conquista immediatamente lo spettatore per il suo volere raccontare un uomo pronto a tutto pur di riavere sua moglie da cui è stato separato qualche tempo prima.

Hildi, questo il nome della donna, è una schiava nera cresciuta da una famiglia tedesca che le ha insegnato la lingua, così come per la celebre Brunilde liberata dall’eroe Sigfrido, anche questa dovrà essere salvata da un cavaliere senza paura dei tanti ‘mostri’ che la circondano così come si racconta nella leggenda germanica: primo tra tutti il tenutario della piantagione interpretato da un mefistofelico Leonardo DiCaprio che gode nel vedere gli uomini neri lottare e, possibilmente, uccidersi tra loro infliggendosi indicibili sofferenze. Oppure come il capo degli schiavi portato sullo schermo da un irriconoscibile Samuel L. Jackson che dà vita ad un personaggio dai contorni quasi shakespeariani: una figura che sembra odiare i neri e che ha un rapporto ambiguo con il suo padrone cui sembra essere, nonostante tutto, molto affezionato.

Ed è la psicologia approfondita e interessante dei protagonisti ad affascinare lo spettatore che non avverte mai il peso della lunghezza di un film pieno di colpi di scena, ma che, soprattutto, segue uno sviluppo narrativo solido e intrigante.

Interessante e coinvolgente sul piano dell’azione, Django, ispirato all’originale di Sergio Corbucci interpretato all’epoca da Franco Nero che qui ha un piccolo, ma significativo cameo, è un film dalla forte vocazione politica in cui il cinema di Tarantino trova un momento di grande maturità in cui il western diventa ancora una volta l’alibi per una storia importante in grado di raccontarci il mondo della schiavitù e, al tempo stesso, a guidarci in che cosa significasse davvero una società basata sullo schiavismo. Oltre a ciò, però, la divertente ed elegante interpretazione di Christoph Waltz che, in qualche maniera, sembra incarnare la nostra coscienza di persone che non possono accettare di vedere tanta efferatezza senza fare nulla, dona a questa pellicola una dimensione umana particolarmente interessante in cui la leggenda di Django è l’occasione per una riflessione sulla realtà senza troppi sconti e consolazioni.

Il mondo luccicante e bonario di Via col vento il Sud in technicolor del film di Victor Flemning con Vivien Leigh e Clark Gable è spazzato via da questo film che mette in mostra la crudeltà di un’epoca terribile in cui la civiltà era fondata su una violenza improvvisa e inarrestabile e in cui gli schiavi erano trattati come oggetti: Tarantino restituisce in maniera lucida il senso di un’epoca ricca di contraddizioni e, alla fine, lasciando uscire dalle sue ceneri un nuovo eroe, una vera e propria icona, dà vita ad un misto di fumetto e realtà, dove pistole e speroni costituiscono i segni di un’epoca fondante la società americana di oggi.

Un film da non perdere e in cui violenza e atrocità trovano una giustificazione nella trama e nel racconto di un mondo leggendario e brutale.

Scritto da Marco Spagnoli
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