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Dillinger, il tramonto del gangster solitario. Parla Michael Mann.

03/11/2009

"Mi chiamo John Dillinger. Rapino banche". Afferma Johnny Depp nei panni di John Dillinger nel capolavoro di Michael Mann in arrivo il 6 novembre, distribuito da Universal Pictures in 350 copie. Avendo visto uno dei film più riusciti, emozionanti e potenti di quest'anno questa affermazione ci rimanda al leggendario John Ford: "Mi chiamo John Ford. Faccio western". Incontrare Michael Mann è un'esperienza unica perché dalle sue parole si capisce perfettamente come quest'uomo riesca ad inserire nelle inquadrature dei suoi film tutto il potere straordinario del cinema. Nel sentirlo parlare i vocaboli che ricorrono più spesso sono: realismo, dettagli, perfezione, verità. Che Mann sia da tempo attentissimo al dettaglio storico è visibile in ogni sua opera, un perfezionista, alla maniera di tutti i grandi autori della storia del cinema. Metodo imprescindibile per fare in modo che lo spettatore quando si siede nella sua poltrona in sala ritorni nell'immenso cielo del Midwest nel 1934 che si staglia sopra un penitenziario all'inizio del film o dietro i panni stesi di una casa povera, in cima ad una collina, dove una donna chiede ai banditi di portarla con sé. Lavorando sempre sull'idea della caccia all'uomo e sulla struttura della fuga veniamo assorbiti da fenomenali rapine in banca, incredibili evasioni da carceri, frenetiche corse in macchina, club, bella vita, e per Dillinger anche il vero amore. E, vi assicuriamo l'operazione gli è riuscita, perfettamente. "Quello che ho cercato di fare con questo film - ha detto Mann - è immergere il pubblico in questa storia riportandola in vita. Voglio che lo spettatore si trasferisca nelle esperienze che raccontiamo, che riesca a vedere le cose dall'interno. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli e girato nei luoghi dove sono avvenuti i fatti. L'obiettivo era: realismo. Ritornare agli anni '30 e anche se il film è girato ora, la sfida era proprio quella di fare in modo che il passato ritornasse ad essere il nostro presente. Ho usato il digitale perché mi permetteva di essere più realistico rispetto alla pellicola, di mantenere una distanza minore tra pubblico e vicende narrate".

 


Scritto da ADMIN
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