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Daniele Luchetti

13/04/2007

Mio fratello è figlio unico segna il ritorno di un autore come Daniele Luchetti che lo avevamo lasciato nel 2003 con la commedia brillante Dillo con parole mie. Ora siamo in un contesto completamente diverso. Una sceneggiatura scritta con Rulli e Petraglia e liberamente tratto dal libro di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista. Latina, primi anni sessanta, Accio e Manrico, sono due fratelli, figli di operai, e profondamente diversi. Un film sull'ideologia senza parlare di ideologia, su un eroe sbagliato, e su come la politica possa anche rovinare l'esistenza rappresentanto però, anche paradossalmente, un segno di vitalità e una modalità di vita imprescindibile. Un film che parla anche dell'Italia di oggi, dato che fare i conti con gli anni passati, rende più evidente quello che siamo diventati. Un'Italia per niente pacificata, sempre divisa, sempre pronta allo scontro.

Quando ha letto il libro di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista e quando ha pensato di farne un film?

Quando ho letto il libro di Pennacchi  ho capito che c'era un aspetto della storia che mi interessava al di là del suo contenuto letterale. Io sono nato nel 1960, sono un po' più giovane di Pennacchi, che fa iniziare la storia del suo libro in quegli anni. Ma quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura con Stefano Rulli e Sandro Petraglia mi sono accorto che c'era un anima dentro questa storia che era quella di potere raccontare un'Italia dal punto di vista degli esclusi. Il protagonista, il personaggio di Accio, è un escluso. E' un ragazzo che è stato escluso prima dalla sua famiglia, poi dalla storia, dalle ideologie, e questa cosa - al di là del racconto dell'Italia di quegli anni - era di per sé un aspetto che mi interessava. Quindi raccontare, da una parte il sentimento dell'esclusione, sentimento che l'Italia di cui Accio fa parte conosce, e poi soprattutto, raccontare  la scissione che il nostro paese ha perennemente avuto. Scissione fra destra e sinistra, nord e sud, fra classi sociali, nelle partite di calcio, un paese sempre diviso in due, chi sta da una parte e chi dall'altra. Così ho cercato di estrarre dal libro questo senso, un senso non tanto politico ma quanto umano direi, inventando la storia tra i due fratelli - che non è presente ne Il fasciocomunista - tra Accio e Manrico che raccontano in maniera diretta e chiara questo conflitto, questa perenne divisione che passa anche attraverso le famiglie, fratturandole. La famiglia di Accio è divisa. Sette figli (nel film li abbiamo ridotti a tre) e ci sono quelli prediletti e quelli non amati, i figli riusciti e quelli non riusciti. Questo è l'aspetto che ho cercato di estrarre dal romanzo e di raccontare.

Accio e Manrico. Il protagonista è Accio, personaggio scomodo ma unico. Che cosa viene raccontato di Accio e cosa di Manrico? E lei chi ama maggiormente tra i due, a chi si sente più vicino?

Manrico nel libro non c'è perché tutto è raccontato attraverso Accio. Quindi Manrico lo abbiamo creato in sceneggiatura mettendo insieme più spunti che vengono direttamente dalla storia raccontata nel libro. Accio passa attraverso tre ideologie nel corso della sua vita. Prima è cattolico poi diventa fascista e alla fine comunista e probabilmente anche a-politico. Mentre il personaggio di Manrico cavalca e viene cavalcato dalla storia degli anni sessanta e dei primi anni settanta , e passa dal sindacalismo all'impegno politico più forte, attraversando anche il terrorismo. Quindi mentre Accio è uno che va sempre controtempo, controcorrente, rispetto alla storia; Manrico è uno, invece, che la storia la vive direttamente nel suo tempo. Accio è un personaggio a cui tutto riesce male, Manrico è uno a cui tutto riesce bene. Manrico riesce a conquistare l'affetto della sua famiglia, dei suoi compagni, delle donne, di sua madre e anche di Accio. Il film è anche la storia di due fratelli con due diversi talenti di fronte alla vita. Due diversi modi di riuscire di fronte alle cose della vita.

Ha sempre pensato a Elio Germano e Riccardo Scamarcio per impersonare Accio e Manrico?

A dire il vero no. Gli ho scelti dopo avere fatto davvero molti provini. Poi quando li ho visti, e li ho anch e visti insieme, mi sono convinto che erano i due attori più adatti a interpretare questi ruoli. Devo dire che non mi sono sbagliato perché con Germano e Scamarcio sono riuscito a fare un lavoro per me abbastanza nuovo sulla recitazione, sulla ricerca della naturalezza, sulla ricerca della spontaneità, sulla ricerca di una atmosfera emotiva particolare che credo di essere riuscito a creare.

Scritto da ADMIN
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