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Cronaca dai confini del Nulla

Attualità, Recensioni

21/05/2013

Cannes – E’ un lento, suadente, ma anche doloroso viaggio nel ‘Nulla’ quello che Paolo Sorrentino propone con il sesto e più ambizioso film da lui diretto.

Un percorso indolente e curioso, ma anche sofferto, alla scoperta di un’umanità vacua che, un po’ come i fantasmi dello ‘sceneggiato’ televisivo anni Settanta, Il Segno del Comando e gli indimenticabili personaggi creati da Federico Fellini per La Dolce Vita emergono dalle notti romane sulle terrazze e nel cuore di palazzi patrizi.

Ed è una Roma bellissima quella che fa da sfondo a vite inutili raccontate attraverso lo sguardo cinico, disincantato eppure talora compassionevole di un Toni Servillo in cui Sorrentino sublima la figura del celebre nobile mondano napoletano Pupetto di Sirignano, autore di uno dei libri di riferimento del regista napoletano, Memorie di un uomo inutile.

Jep Gambardella, giornalista e scrittore incapace da quaranta anni di dare seguito al suo primo romanzo, è stato come inghiottito dalla Roma festaiola e pecoreccia in cui quello che resta dell’intellighencja romana si confronta con il ventre molle di un niente fatto di sesso, di solitudine, di disperazione e di momenti in cui la paura del presente è appesantita da un mondo certamente in affanno.

Una storia di fantasmi, perché si tratta di persone che vivono di notte e che non si confrontano con il mondo reale, ma solo con lo strascico delle ore piccole.

Toni Servillo è, dunque, il cuore portante di una pellicola per cui dovrebbe vincere la Palma d’Oro grazie ad un’interpretazione perfetta di un uomo divorato dalla nostalgia di un amore perduto e nella costante difficoltà di provare a sopravvivere al vuoto che lo circonda.

Ovviamente tutto filtrato attraverso lo sguardo di Sorrentino che rifugge dal presente di una Roma affogata nel traffico e che, piuttosto, si lascia andare ad un affresco irreale e grottesco, in cui un’umanità estremizzata, accentua ancora di più il racconto della confusione di un presente caotico.

Il ‘piccolo mondo antico’ che circonda Gambardella, umanamente esecrabile e fragile, popolato da presunti amici tra cui spicca il consigliere, portato sullo schermo con patetica malinconia da Carlo Verdone, è, di tanto in tanto, sconvolto da amicizie nuove come la spogliarellista Sabrina Ferilli che proprio al giornalista mondano rivela il suo segreto più doloroso.

Visivamente splendido, cinematograficamente molto ambizioso e riuscito, La Grande Bellezza è la storia di un uomo avvolto da una Roma eternamente felliniana, che dalla città è stato fagocitata e che in cambio della ‘corona’ di re della sua mondanità notturna, ha abiurato il proprio desiderio di scrivere e di raccontare, come voleva Flaubert, quel Nulla di cui in compenso, però, è riuscito a diventare parte.

I corpi nudi, le donne, la droga, il vuoto opprimente di una vita eternamente uguale a se stessa sospettosa di tutto e entusiasta di nulla, lambita da personalità grottesche e scellerate, fragili e insulse portano Gambardella a vivere strani incontri: come quello con la ricca milanese interpretata da Isabella Ferrari, come l’altro con il Cardinale portato sullo schermo da Roberto Herlitzka il cui unico intento è di parlare di ricette di cucina o – ancora – come l’intervista con la finta artista interpretata da un’irriconoscibile Anita Kravos sorprendente.

Se Servillo offre un’interpretazione straordinaria, non da meno sono quelle degli attori che lo circondano: da Carlo Verdone che interpreta una figura patetica e malinconica a Sabrina Ferilli che nella sua migliore interpretazione di sempre, bellissima e irresistibile restituisce allo spettatore una figura femminile di una donna divorata da un segreto.

Un film complesso e frammentario come la vita del protagonista che pur non raccontando una storia in senso classico, conduce lo spettatore alla scoperta di un universo umano frammentario e talora irritante, descritto con curiosità e cinismo, una storia importante in cui riecheggiano l’Ettore Scola de La Terrazza e C’eravamo tanto amati, ma anche il Federico Fellini di Roma, oltreché quello de La Dolce Vita di cui La Grande Bellezza rappresenta inconsapevolmente una versione 2.0.

Una pellicola che, senza dubbio, scatenerà un certo dibattito e come uno specchio volutamente deformato della nostra realtà di oggi, restituirà un’essenza di una verità fatta di vuoto, in cui la più grande bellezza osservata dal protagonista è quella nostalgica di una ragazza amata per sempre e perduta senza un perché.

di MARCO SPAGNOLI

Scritto da Nicoletta Gemmi
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