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Buried: l’Universo di un Uomo Seppellito Vivo

Attualità, Interviste

06/10/2010

Passato al Sundance Film Festival di Robert Redford accolto da critiche entusiastiche, tanto che il famosissimo sito americano rottentomatoes.com gli dà l’87% di gradimento (una percentuale altissima), Buried – Sepolto sono 94’ con un unico attore, Ryan Reynolds, seppellito vivo in una cassa. L’unica cosa che sa è che si trova in Iraq, essendo un autista che porta viveri ai soldati americani, e che è stato vittima, insieme ad altri sette suoi compagni di una imboscata. Quando si risveglia è pieno di sangue, frastornato e chiuso in una ruvida cassa di legno seppellito ad un metro sotto terra. Gli unici mezzi che ha a disposizione sono un cellulare, un accendino Zippo e una matita. I primi 8’ della pellicola sono da cardiopalma. Schermo nero, respiro affannoso, e l’ansia che sale. Poi dal momento in cui vediamo Paul (Reynolds) in faccia, il film si trasforma in una corsa verso la salvezza che l’uomo mette in atto, tra action e commedia nera, nel tentativo di uscire da quella situazione allucinante. Buried è un film estremamente politico, nel significato più ampio del termine, ma non ditelo al simpatico e intelligente trentasettenne spagnolo Rodrigo Cortés che lo ha diretto, che preferisce parlare di thriller, suspense e del suo mito Alfred Hitchcock. Elementi che non mancano ma la pellicola è molto meno claustrofobica delle intenzioni iniziali e molto più una apologia sull’assurdità della commedia umana. “Quello che volevo fare con Buried – ci dice Cortés – è un thriller d’azione, un film fisico, basato su tutti gli organi di un essere umano. La pelle, gli occhi, ovviamente le emozioni che prova. Vorrei che lo spettatore uscisse dalla sala e sentisse il bisogno di farsi fare un massaggio e che avesse perso due chili”.

Cortés il film ha un unico attore che lei ha strapazzato e utilizzato magnificamente. Ci dice di più dello straordinario lavoro che ha fatto con Reynolds? “Ho pensato subito che Ryan Reynolds sarebbe stato l’interprete perfetto. – afferma il regista – E non mi sono sbagliato. In un primo momento gli ho inviato la sceneggiatura e lui mi ha risposto di no, poi ci ha ripensato e ha accettato. Dico che Ryan è il meglio che potessi avere perché in questo film dimostra che è un interprete eccezionale. Le riprese sono durate 17 giorni, facevamo anche 33 sequenze in un solo giorno. Per Ryan è stato un incubo e non si è mai lamentato. E’ tornato a casa con escoriazioni sulla pelle, le dita bruciate a forza di tenere l’accendino in mano, pieno di sabbia. Inoltre ho scoperto che più un attore è bravo e meno cose devi dirgli. E’ chiaro che abbiamo parlato a lungo io e Ryan ma quando davo il ciak e gli dicevo ora devi ridere o piangere, lui sapeva esattamente in che modo lo doveva fare. E’ stato un lavoro pesantissimo per lui, sia a livello fisico che a livello emozionale”.

Buried a nostro avviso è un film molto politico, lei però ci ha tenuto a precisare che il fatto che Paul sia seppellito in Iraq è come direbbe Hitchcock il MacGuffin. Perché? “Sono d’accordo sul fatto che la pellicola abbia degli aspetti politici ma non intesi come se fosse una parabola delle mie opinioni sulla guerra americana in Iraq. Per questo ho risposto così. Il vero nemico del mio protagonista, più che i terroristi che lo hanno chiuso nella bara, è il suo continuo scontrarsi con la  burocrazia, nonostante la situazione in cui si trova. In Buried all’inizio del film non sappiamo niente di Paul Conroy, alla fine sappiamo tutto di lui. Perché non serve uno spazio fisico per raccontare la vita di una persona ma lo spazio filmico. Quindi attraverso le luci, il suo sguardo, i gesti veniamo a sapere tutto di lui. La politica è kafkiana in questo film, è la summa dell’assurdità della condizione umana. Per Paul si tratta di vita o di morte e deve combattere in continuazione con segreterie telefoniche, attese, passaggi da un utente all’altro e non si può non ridere – anche se amaramente di tutti questi aspetti dell’esistenza – con i quali, sono sicuro, ognuno di noi ha avuto a che fare. E’ per questo che definisco il mio lavoro una commedia nera, perché lo spettatore entra immediatamente in empatia con il protagonista proprio perché lui deve affrontare la mediocrità dell’essere umano”.

Deve essere stato piuttosto difficile girare Buried, ci può svelare come ha fatto? “In effetti – ci conferma Cortés – in molti mi dicevano che era un film impossibile da realizzare. 94 minuti con un unico attore chiuso in una bara... no, non è fattibile. Invece, a parte che lo hanno già fatto altri prima di me e anche meglio, magari non per 94 minuti, ma lo ha fatto Alfred Hitchcock e anche Quentin Tarantino, sia per la puntata lunga di C.S.I. Las Vegas che in Kill Bill 2. Comunque, io sono partito, con la regolare dei tre passi. Il primo è stato non pensare affatto che la storia si svolgeva tutta in una cassa di legno, quindi ho lasciato lo sceneggiatore Chris Sparling libero di esprimere tutte le emozioni e le vicende che voleva inserire. Due ho utilizzato tutti i mezzi che il cinema mette a disposizione: carrelli, riprese a 360°, camera a mano, tutto quello che mi serviva... ripensando sempre a quel genio di Hitchcock e come aveva aggirato questi ostacoli con pellicole geniali come I prigionieri dell’oceano o Nodo alla gola. Terzo ho costruito sette casse da morto diverse che servivano per  le esigenze più disparate. Una era più lunga, una aveva le pareti scorrevoli, un’altra era leggermente arrotondata, una per Ryan che gli permetteva di sbattere la testa e il corpo senza farsi troppo male e via dicendo... tutti escamotage che mi hanno permesso di girare il film come lo volevo fare io”.

E’ vero che c’era un’ambulanza sul set pronta per Reynolds? “Sì è vero ma devo dire che non è stata una grande idea. L’ha voluta il produttore ma questi due paramedici lì sul set e l’ambulanza pronta non hanno rassicurato molto Ryan. Anche se un giorno gli è venuto veramente un attacco di panico”.

Il film esce il 15 ottobre in tutto il mondo (in Italia distribuito da Moviemax con 180 copie). Pensa che la sua carriera cambierà profondamente? “No. Perché l’unica cosa che voglio è girare i film che mi interessano e se questo non sarà possibile vorrà dire che ne farò di meno. Non punto a Hollywood. Quello è un posto dove si fanno film, come ce ne sono altri. Quello a cui punto fermamente è mantenere l’assoluto controllo sul mio processo creativo, sul mio modo di lavorare. La libertà non ha prezzo, men che meno il diventare famoso”. 

Sta già lavorando ad un altro progetto? “Sì ma è ancora molto vago. Posso solo dirvi che tratterà del cervello umano che non è un organo attendibile perché essenzialmente mente in continuazione”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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