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Avatar: balla con il cinema

Anteprime, Attualità

11/01/2010

Difficile commentare un film come Avatar. Prima di tutto perché si tratta di un vero evento, ed è piuttosto difficile separare il film, il prodotto, dal gigantesco involucro mediatico e tecnologico che lo circonda. Avatar è principalmente un'esperienza sensoriale: uno spettacolo grandioso, con straordinarie scoperte e invenzioni, e con un sub plot 'eco-politico' molto forte. Inventa un mondo, il pianeta Pandora, non solo come non l'avete mai visto, ma come non l'avete mai immaginato, una foresta pluviale circondata da piante incredibili, più alte dei grattacieli, montagne sospese, animali mostruosi, giganteschi cavalli a sei zampe e draghi alati che possono essere cavalcati con la trasmissione del pensiero, ed una popolazione di abitanti apparentemente primitiva, i Na'Vi, alti quattro metri, con la coda e la pelle blu, occhi enormi e orecchie a punta, inventa un nuovo linguaggio, quello dei Na'Vi, articolandolo lungo tutto il film con sottotitoli in 3D, e soprattutto inventa uno straordinario ecosistema di interconnessione tra fauna e flora, tra tutte le creature viventi e non, che ha un centro nevralgico in un luogo 'magico' dove centinaia di liane sospese sono i terminali per comunicare con i defunti e soprattutto con la grande divinità che rappresenta l'anima, lo spirito vitale e l'energia che il pianeta concede a tutte le sue creature. Insomma, l'entusiasmo mostrato dalla stampa, dagli addetti ai lavori - Spielberg in prima fila - e dal pubblico, che in tre settimane ha fatto raggiungere al film la cifra stratosferica di 1,34 miliardi di dollari, è pienamente giustificato. Credo che qualsiasi altro regista si sarebbe accontentato di un decimo di Avatar per fare un film molto bello. Non Cameron, il solitario, altezzoso, pignolo, tecno-ossessivo, geniale regista che ci ha lavorato più di dieci anni, il film-maker dalle ambizioni smisurate, che voleva consegnare un film di svolta, che avrebbe lasciato il segno nella storia, più di Titanic, non solo sul piano dell'enorme sviluppo tecnico delle possibilità espressive della settima arte, ma anche nell'immaginario collettivo. Vedendo Avatar si coglie in pieno questo enorme sforzo creativo, questo gigantesco disegno, questo respiro potente di immaginazione 'forgiata' da una tecnologia rivoluzionaria che avrebbe fatto perdere la testa ai più. Cameron, che l'ha perfezionata - assieme a Weta Digital, la società neozelandese di Peter Jackson, realizzatrice, all'epoca, degli effetti visivi della trilogia de Il Signore degli anelli (che di fronte ad Avatar sembrano preistorici) - la padroneggia come se l'avesse usata da anni. Stiamo parlando della virtual camera, che trasferendo direttamente al personaggio 'virtuale' i sensori applicati agli attori del motion capture, fa vedere direttamente il risultato finale, rendendo il processo estremamente più realistico e meno condizionato dall'aspetto dell'attore reale. A questo proposito si sta aprendo, come già scritto oltreoceano, un nuovo modello di recitazione e di talento, che in futuro potrebbe diventare oggetto di un nuovo premio per la miglior interpretazione 'virtuale' - vedi i casi più recenti di Jim Carrey per A Christmas Carol e di Zoe Soldana, Wes Studi, Sigourney Weaver e Sam Worthington per Avatar.

Per apprezzare Avatar in tutta la sua magnificenza - e ne vale proprio la pena - è necessario vederlo in 3D. Altrimenti è come viaggiare in una Ferrari in un viottolo di campagna. Ma veniamo ai contenuti. La storia, come tutti già sanno, racconta la missione nel lontano pianeta Pandora, ricco di un minerale rarissimo che potrebbe fornire energia alla terra morente dell'anno 2154, ma abitato dalla tribù apparentemente primitiva dei Na'vi, di un ex marine, paraplegico, che grazie alla biotecnologia viene traferito nel corpo di un avatar, un ibrido genetico identico nell'aspetto ai nativi del luogo, con l'ordine di provare a convincere gli indigeni a sloggiare dalla loro terra per permettere l'estrazione del minerale, prima di passare a metodi più spicci. Il marine dopo essersi innamorato della nativa Neytiry, e dopo aver cercato inutilmente di trovare una soluzione pacifica, abbraccerà la causa dei Na'Vi, combattendo da avatar contro i suoi stessi compagni. Questa in estrema sintesi la storia, con appendice bellica finale supereroica, con profusione di combattimenti draghi contro elicotteri, lance e frecce contro missili e cannoni, giganteschi robot simil transformers contro l'improbabile cavalleria dei Na'Vi, e vittoria dei buoni. A caro prezzo perché ..., ma questo non ve lo diciamo perché nel finale vi aspetta ancora una sorpresa che vi strapperà l'applauso.

La storia di per sé non ha niente di particolare. Potrebbe essere, come alcuni hanno detto, l'ennesima variante, in chiave fantascientifica, della leggenda di Pocahontas, un Balla con gli alieni (di Pandora) simil-indiani. Non è così. O meglio, per quanto i Na'Vi ricordino i pellerossa (in formato blu), e molte situazioni - gerarchia, accampamento, caccia etc.  - sembrano un omaggio ai nativi americani, non siamo che marginalmente in quella cultura. L'obiettivo di Cameron è molto più spericolato. Non balliamo con gli alieni, ma ci immergiamo, senza accorgercene diventiamo, siamo gli alieni. Il punto di vista di Avatar e di Cameron, è il loro, non dei terrestri, che sono i veri alieni nel pianeta Pandora. La fantascienza viene rovesciata, con la terra - che non si vede ma di cui alla fine si dice che gli uomini la stanno abbandonando dopo averla distrutta - vista da Pandora e non viceversa. La terra e gli uomini visti da Pandora e su Pandora sono uno spettacolo che inorridisce. E che Cameron amplifica all'ennesima potenza, lanciando un allarme indiretto ma molto chiaro, soprattutto ci augurimo ai più giovani, contro la distruzione dell'ecosistema terrestre e contro la guerra. Il colonnello guerrafondaio di Avatar, senza minimamente menzionarli, odora dei morti iracheni per il petrolio, e della politica del terrore di Bush. La terra, data per morente dal canadese Cameron, riuscirà a trovare il suo Avatar? Insomma, se Avatar non è un film 'epocale', ci va molto vicino. E certamente il cinema dei prossimi anni dovrà fare i conti con questa cattedrale dei sogni del nuovo millennio. Due note a margine, la prima a proposito della seconda parte del film, la lunga e cruenta battaglia tra i Na'Vi ed i terrestri, che per eccesso di zelo e di esposizione rischia di ridicolizzare il messaggio pacifista del film. L'altra, a proposito della polemica lanciata dal regista Faenza sugli ipotetici danni che un film come Avatar causerebbe al cinema italiano ed al cinema indipendente, suona, dopo la visione del film, sproporzionata e ridicola. Un film come Avatar non solo fa bene a tutto il cinema, perché gli restituisce quella magia e quella grandezza che molti film, non solo italiani, mediocri, gli hanno tolto.

 

Scritto da Piero Cinelli
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